Nel pormi dinanzi alla questione specifica della cosiddetta “globalizzazione” con l’intento di evidenziarne la portata di processo di cambiamento “strutturale” e di metamorfosi antropologica del quadro di costumi e di valori che si è soliti ricondurre al termine “civiltà” − al di là della stessa dimensione dell’economia nella quale il fenomeno è fondamentalmente registrato e variamente interpretato – sono stato guidato nel giudizio da un’analisi che avevo già svolto addirittura un decennio fa, quando la globalizzazione era ancora argomento acerbo di non molti studiosi, in un mio libro di piuttosto scarsa fortuna (Eclissi del principe e crisi della storia, Milano, Angeli 2000), scritto con le intenzioni di quei naufraghi che consegnano i loro estremi messaggi ad una bottiglia chiusa, affidata alle onde del mare. Adesso, mi trovo io stesso nella fortunata condizione di aver ritrovato quella bottiglia e, riaprendola, di verificare che a tanta distanza di tempo quel che allora era acerbo adesso è diventato maturo.
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