DIEGO GUADAGNINO, Saluto a Lillo Gruttad’auria


Siamo stati assieme l’ultima volta a Torino un anno fa e ci siamo sentiti per telefono pochi giorni prima della notizia, che una parte di me ancora non riesce ad accettare come reale. Stavamo al telefono in lunghe conversazioni quasi quotidianamente: non c’era fatto di politica o di costume che non ci facesse sentire il bisogno di commentare; non c’era libro letto che non diventasse argomento di dialogo tra noi; lo stesso vale per le persone nuove, sempre più rare, che incontravamo. E questo rapporto così intenso, così vivace è durato per quasi cinquant’anni, con viaggi in paesi che sollecitavano la nostra curiosità, inseguendo miti ed eroi legati alle nostre letture, come due adolescenti pieni di entusiasmo e di passione.

Quasi a voler giustificare la tenacia dei suoi interessi, sempre intatti nonostante il passare dei decenni, diceva di sentirsi la coscienza infelice del suo tempo, del nostro triste tempo. E forse in questo suo modo di percepire la realtà va ricercato il segreto della sua straordinaria persona. 

 

Del suo tempo, di questo nostro tempo, con estrema onestà intellettuale e con vera purezza di cuore, rifiutava il consumismo e l’edonismo, fino a condurre un’esistenza così frugale che a volte poteva apparire anche spartana. Da più di tre anni si era disfatto perfino dell’automobile e andava con i mezzi pubblici o a piedi. 

 

Dietro una personalità così sobria e così lontana da avidità, opportunismi o compromessi, c’era un uomo ricco di vita interiore, di gioia di vivere e di stare assieme agli altri.  Chi lo incontrava una volta non lo dimenticava più per la simpatia, l’apertura al dialogo, la molteplicità degli interessi e infine la vastità, la profondità della cultura. 

 

Erano doti che sapeva portare con semplicità naturale. La sua era una immediatezza, una sincerità di rapporto umano che gli permetteva di interagire spontaneamente con chiunque, dai bambini agli anziani, dai semianalfabeti agli intellettuali. La sua grazia relazionale era costante e non diventava mai affettata. 

 

Chi non ricorda di aver avuto con lui un dialogo, una conversazione, un incontro che non diventasse esperienza proficua, umana e culturale? Parlava con pari competenza di medicina, di storia, di letteratura, di arte. Fino a due giorni prima di andarsene ha regolarmente tenuto la sua lezione al corso di medicina cinese.

 

Da medico il suo approccio non si limitava al binomio diagnosi-terapia, ma andava sempre alla radice della malattia fino a toccare il malessere esistenziale del malato. Non si fermava mai ai luoghi comuni per pigrizia mentale o per limiti professionali, entrando in sintonia con la persona che si nascondeva nel paziente. 

 

Lo ricorderemo per queste doti, per questi doni, unici, personali, inimitabili, facendone un punto luminoso della nostra memoria.

 

Oggi possiamo solo dire che la sua dipartita impoverisce la nostra esistenza. 

 

Caro Lillo, il corpo muore quando non riesce a star dietro allo spirito evoluto. Lo spirito in te si è lasciato dietro il corpo a una tale distanza che non sapeva più che farsene, forse perché ne ostacolava il volo verso più rarefatte dimensioni. Così voglio leggere il tuo trapasso fulmineo e privo di agonia. Le morti non sono tutte uguali.

 

Ciao, la terra ti sia lieve.

 

Canicattì, nella chiesa di Maria Ausiliatrice, 5 novembre 2020 

 

Diego Guadagnino

Nessun commento:

Posta un commento