Luigi Ficarra, MACALUSO NON FU, COME SCRIVE FAVILI, PROTAGONISTA DI UNA STORIA ONOREVOLE (3-6 novembre 2017)

Sul Manifesto di mercoledì 1° novembre, Favilli ha parlato di Macaluso come di un onorevole protagonista della ‘grande storia’.
Ebbene, la storia di cui egli è stato attore, scrivendo una delle pagine più regressive del m. o. italiano, e di cui parlo nella nota qui allegata, contrasta in radice col giudizio espresso da Favilli.

Nel febbraio 1960 cadde in Sicilia il governo Milazzo nell’ignominia della corruzione, ignominia (c.d. caso ‘Santalco’) di cui fu accusato Macaluso, il quale, come noto, nel 1983, al XVI congresso del PCI, si permise di definire un “povero cretino moralista” Diego Novelli, allora sindaco di Torino, per le denunce giustamente fatte di alcuni casi di corruzione di consiglieri comunali difesi da Craxi.
Macaluso, allora dirigente di primo piano del PCI in Sicilia, fu nel ’58 l’animatore della c.d. operazione Milazzo, della formazione di una maggioranza e di un governo, durato dall’ottobre ’58 al febbraio ’60, attorno al sunnominato dirigente democristiano, che aveva costituito l’Unione Siciliana Cristiano Sociale scindendosi dalla DC; una maggioranza formata da comunisti, socialisti, monarchici, fascisti, liberali, socialdemocratici e repubblicani, in mera funzione anti D. C.
Macaluso ha sempre continuato a rappresentare detta operazione come una strategia quasi rivoluzionaria, non comprendendo di essere stato usato come parte sostanzialmente passiva di una scelta strategica dell’avversario di classe, quella pensata, voluta ed operata dalla Sicindustria di Mimì La Cavera, poi divenuto presidente onorario della Confindustria siciliana e successivamente sostenitore, non a caso, del governo reazionario di Lombardo. Quel La Cavera, che nell’articolo pubblicato su “L'Ora” di Palermo del 27.12.’59, a commento dell'operazione “Milazzo” (v. allegato), scriveva che “il fatto rivoluzionario della situazione siciliana è che una parte delle classi "agricole" del patriziato vuole essere classe dirigente (a differenza, spiega, di quanto fece nel 1860), ..alleandosi a coloro (PCI siciliano) che "promuovono" lo sviluppo di una classe imprenditoriale moderna ….”; ed in questa alleanza egli chiaramente assegnava al M.O. una posizione di supporto allo sviluppo capitalistico del sud e, nella specie, della Sicilia. Parlando poi della forte presenza comunista in Italia e nel mezzogiorno in particolare, diceva che per combattere questa situazione politica occorreva “promuovere politiche di espansione … economica, che spezzando i privilegi da un lato (i c.d. ‘privilegi’ dei monopoli), e mantenendo la pace sociale dall'altro con una politica di lavoro aperta e progressiva (dare qualche soldo in più ai braccianti - egli diceva), tolgano di mano ai comunisti le ragioni della (loro) forza”. Occorre far sì - concludeva La Cavera nel suo articolo-manifesto del 1959 – che l'Italia non sia più il paese dell'occidente, dove …. i comunisti potrebbero vedersi aperta la via per giungere al potere per vie legali”. Ed aggiungeva che “La Sicilia indica una via per tutta la nazione : la via del giovane occidente capitalistico …. nella più pura linea della tradizione liberista italiana, quella che vide unita l'agricoltura meridionale (gli agrari) all'industria libera del nord (i capitalisti)”.
Nella nota allegata spiego che la scelta di Macaluso non fu un “errore”  del PCI siciliano ma derivò direttamente della teoria del “fronte antimonopolista” in coerenza alla concezione dello Stato, quale ”Stato dei monopoli”, e non, invece - quale era ed è – lo Stato borghese che, mediando fra interessi diversi, realizza l’interesse generale capitalistico. Teoria, questa dello ”Stato dei monopoli”, propria della III internazionale. Ed è per questo motivo che Togliatti, come ricorda Marino in “Storia della mafia” (ed. Newton, p. 230 e 232), in coerente applicazione di detta teoria, in un convegno tenutosi a Palermo a cavallo dell’operazione Milazzo, diede a questa un fondamento teorico-politico, perché, si disse, veniva così costituito un fronte contro la rapina della Sicilia da parte dei monopoli, da parte dello Stato dei monopoli.
- Favilli pur non condividendo quanto afferma Macaluso sul Manifesto del 28 ottobre: che Grasso deve battersi per ricostruire il centrosinistra, ne esalta però il realismo, quale discepolo di Togliatti, il cui pensiero ed il cui metodo Favilli stesso dice di condividere ed ammirare. 
Molti di noi del PRC abbiamo altra opposta opinione su Togliatti e non solo per il suo essere stato partecipe esecutore del pensiero di Stalin, come ad esempio quando nell’agosto 1937 firmò con false accuse, quale vicecapo dell’Internazionale comunista, la condanna a morte di tutti i dirigenti del Partito comunista polacco (15 compagni uccisi); ma in particolare per la scelta riformista fatta all’VIII congresso del PCI nel 1956, che ne segnò la storia, quale Partito dell’opposizione costituzionale, fino al suo scioglimento e trasformazione prima in PDS e poi in PD.
Molti di noi del PRC siamo sostenitori di un realismo opposto, e siamo convinti che se in Sicilia ci fossero stati 100 compagni come Peppino Impastato, dislocati nei centri principali, la sua storia sarebbe stata forse radicalmente diversa: non segnata dalla dominazione ad ogni livello dalla mafia, non caduta nella melma della corruzione e del compromesso generalizzato e non dominata in tutto dagli interessi del capitale, specie quello della speculazione edilizia e finanziario. Un realismo opposto a quello che portò Macaluso ad insultare Diego Novelli ed a volere e sostenere un governo con i fascisti ed i monarchici più reazionari, quale il barone Majorana, primo esponente dell’aristocrazia fondiaria. 
Favili personalmente l’ho ammirato per altre sue acute analisi, quale, ad esempio, quella svolta nell’articolo del 28.5.13 sul falso concetto di modernità che portò Napolitano ad ammirare Craxi (v. allegato); ed avendone stima gli chiedo di rivedere il suo errato giudizio su Macaluso. 
Luigi Ficarra

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6 novembre 2017
Caro Ficarra,
permettimi di darti del «tu» visto che sono anch'io un iscritto al Prc.
Non credo di dover rivedere quel giudizio. La «grande storia» a cui ho fatto riferimento è quella del Pci. Non c'è dubbio che sia stata «grande» anche se, come tutte le grandi storie del resto, non è stata esente da contraddizioni ed errori. Se l'Italia, per alcuni decenni, è stata migliore delle sue tradizioni da 8 settembre, lo si deve anche (forse soprattutto) al ruolo dei comunisti organizzati in partito.
Macaluso ha percorso quella storia «onorevolmente» perché lo ha fatto con scelte e motivazioni politiche, non per interesse personale e/o affaristico, al contrario della odierna e dominante prassi. Un costume politico «onorevole» appunto. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta ho combattuto, con gli scritti, quelle scelte, ma il giudizio sulla sua vicenda complessiva non cambia.
Quanto al «riformismo» ti allego un paio di miei studi. Trovi che sia contraddittorio essere «riformisti» (in quegli studi chiarisco il senso), ed membri del Prc?
Un saluto molto cordiale
Paolo Favilli

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6 novembre 2017
Caro compagno Favilli,
concordo che la storia dell'Italia del dopoguerra non è stata "da 8 settembre" grazie alla scelta di ‘opposizione costituzionale’ fatta dal PCI. Il che non significa definire questa scelta – cosa che peraltro non mi sembra tu faccia - come scelta rivoluzionaria avanzata, e dire altresì che non poteva avere altre alternative.
Macaluso, come scrivi, è figlio sì di quella storia, anche se solo in parte (*), ma ciò non comporta dare un giudizio positivo su di lui e le scelte da egli fatte in Sicilia. (Che egli, poi, non sia astato mosso nelle sue scelte da alcun “interesse personale e/o affaristico” è certo ed indubbio, ma ciò non riguarda il giudizio politico di fondo, che non va mai confuso col costume politico, anche se questo non è per noi indifferente. Non daremmo mai, noi comunisti, un giudizio positivo sulla politica di Craxi, giustamente combattuta dal Berlinguer della svolta fine anni ’70, neppure ove fosse accertato che non fu mosso da alcun interesse personale).
Penso possa esserti di grande aiuto leggere quanto scritto dalla compagna Adriana Laudani, che fu anche segretaria di La Torre, per capire la politica svolta in Sicilia da Macaluso e dai compagni da egli scelti, i Michelangelo Russo, i Rindone, i Vizzini e altri.
E penso possa essere pure utile conoscere quanto ho scritto su Macaluso a ‘Liberazione’ il 9 luglio 2010.
Alla luce delle conoscenze che ti chiedo di voler acquisire, penso tu possa rivedere il giudizio sulla politica svolta in Sicilia da Macaluso.
Ti ringrazio degli studi allegati sul riformismo, che mi riprometto di leggere con attenzione. Potrò quindi dare solo successivamente una risposta compiuta alla tua domanda, ma sin d’ora posso dire che se il PRC dovesse attestarsi quale continuatore della politica scelta dal PCI con l’VIII congresso del 1956, e quindi per la via parlamentare delle istituzioni borghesi al socialismo, entro, di conseguenza, i limiti della Costituzione, che peraltro non è più neppure quella liberaldemocratica del ’47, verrebbe meno alla sua funzione di rifondazione teorica e pratica del comunismo.
(*) Macaluso - mi scrisse Giuseppe Carlo Marino nel dicembre dl 2010 - ammise in  “in un nostro pubblico scontro a Palermo sul milazzismo che la sua formazione politica era quella della "democrazia radicale(?)" dell'Ottocento e che, in fondo in fondo, apparteneva non alla tradizione del movimento operaio italiano, ma - con qualche passo in più rispetto al suo nume nisseno, il vecchio Napoleone Colajanni - al socialismo riformista dei Tasca e dei Drago. Lì si era fermato. Compresi che una siffatta ammissione gli riusciva utile per confermarsi "socialista" e sicilianista, però liberandosi dal fardello della militanza nel Pci”.
Luigi Ficarra

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15 novembre 2017
Caro Luigi
finalmente, tramite Angelo, mi è pervenuto il dossier della tua importante polemica con Paolo Favilli (stimabile studioso presentatomi dal collega Franco Della Peruta, e con il quale fui in contatto alcuni anni fa). Prendo nota del fatto di essere stato da te ampiamente citato con opportuno discernimento e con correttezza filologica. Te ne sono grato. 
Sulle varie questioni da te sollevate nello svolgimento della polemica non avrei altro, e meno che mai di nuovo, da aggiungere a quanto ho già scritto. Peraltro, non vorrei dare ulteriore sviluppo ad una discussione che -  per quanto opportuna ai fini dell'interpretazione in sede storica del comportamento politico di compagni che appartengono tutti in un modo o nell'altro alla nostra tradizione - rischierebbe, dati i tempi, di apparire come una specie di litigio tra reduci in un club di sopravvissuti. Mi consento però alcune osservazioni divergenti, nel giudizio storico, dalle tue : mentre  quanto tu scrivi su Macaluso e sulla vicenda milazziana  corrisponde perfettamente a quanto ho già scritto e confermo; mi allontano decisamente da te per quanto riguarda la valutazione di  Togliatti e lo stesso potrebbe dirsi per la riforma agraria (sono agli antipodi delle posizioni di Umberto Santino e di una certa corrente di antichi "exstraparlamentari di sinistra" e molto più vicino ai convincimenti di Nicola Cipolla e, solo in parte, anche a quelli di Renda). Questo, non perché io ritenga di per sé un successo per la sinistra  la legge Milazzo (che, oltre tutto, non ebbe all'Ars il voto favorevole del Pci); ma perché ritengo che le lotte politiche e sociali per conseguirla furono comunque decisive per approfondire radicali  mutamenti in progress nella "societas agricola" (ovvero, vorrei dire, nella stessa cultura dei contadini siciliani) e per la liquidazione definitiva del latifondo. 
Approfitto della gradita occasione di esprimerti il mio pensiero per segnalarti, molto al di là delle tematiche qui affrontate, che è uscito in e-book, edito dall'Università di Palermo, un mio saggio intitolato
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Data la stima che nutro per te, sono davvero molto lieto di consegnarlo alla tua lettura e al tuo giudizio, sperando anche nell'eventualità che i compagni di Padova possano ritenerlo di una qualche utilità come "piattaforma critica" di una...rifondazione che sembra, essa stessa, sempre da....rifondare. 
Intanto un affettuoso saluto
Giuseppe Carlo Marino
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20 novembre 2017
Caro Giuseppe,
 ti ringrazio della lettera inviatami (che si trova in basso dopo questa mia), in cui, riconfermando il giudizio storico molto negativo che hai espresso nelle tue opere sull’operazione ‘Milazzo’, che Macaluso anche oggi osa difendere, approvi quanto scritto nella mia nota. Nella quale, portando pure a supporto un documento di particolare valore, il ‘saggio’ di La Cavera del 27/12/’59, dicevo che la suddetta  operazione costituisce una delle pagine più nere del M.O, pagina di cui Macaluso si è reso responsabile, ed in relazione al quale non può quindi parlarsi di storia ‘onorevole’ come fatto da Favilli.
Come sai non mi considero un reduce, ma un compagno che continua a partecipare attivamente alla lotta, consapevole delle gravi sconfitte subite dal M.O. e delle necessità di una rifondazione radicale anche e soprattutto a livello teorico.
 Circa il dissenso che manifesti nella valutazione su Togliatti, ricordo che nella mia nota del dicembre 2014 sulle scelte del PCI fine anni ’50, dopo aver detto che «quella operata da Macaluso non fu un “errore” del PCI siciliano ma derivò direttamente della teoria del “fronte antimonopolista” e dalla concezione dello Stato, quale ”Stato dei monopoli”», ……, - (teoria, questa, propria della III internazionale”, a mio avviso errata ed in contrasto con la teoria marxiana dello Stato); aggiungevo che “è per questo motivo che Togliatti - come da Te detto in “Storia della mafia” (ed. Newton, p. 230 e 232) -, in un convegno tenutosi a Palermo a cavallo dell’operazione Milazzo, diede a questa il suo pieno avallo politico, perché, si disse, veniva costituito un fronte contro la rapina della Sicilia da parte dei monopoli, da parte dello Stato dei monopoli”. Cosa, quest’ultima, peraltro non vera, ma frutto del vittimismo proprio di un deteriore sicilianismo, di cui Macaluso non fu esente
 Vengo ora alla questione su cui maggiormente mi sembra tu dissenta, il giudizio sulla riforma agraria del dicembre 1950 di cui pure parlo nella mia nota sulle scelte del PCI fine anni ’50. Certo che, come tu scrivi e dico anch’io nella mia succitata nota, le lotte per l’occupazione delle terre del ‘44 - ’50 segnarono una svolta politica notevole di liberazione. E sappiamo che, essendo passati appena cinquant’anni, viva era ancora la memoria nel ’44 del grande movimento di liberazione dei Fasci Siciliani del 1893, represso militarmente dal governo Crispi e soprattutto vivo era il ricordo delle lotte per la terra del 1919-20. Quelle epiche del 44-50 ebbero, come sappiamo, soprattutto un grande movente nel d.lgs. Gullo n. 279 dell’ottobre ’44 sulla concessione delle terre incolte ed anche nel coevo d.lgs., sempre di Gullo, n. 311/44 sulla ripartizione dei prodotti nella mezzadria c.d. impropria. Lotte che mossero, ergendoli a soggetti, masse enormi di contadini poveri e di braccianti - (gli iscritti nelle cooperative concessionarie di terra incolta furono 100.311) -, soprattutto nell’agrigentino, nel nisseno, nell’ennese e nel palermitano, zone in cui maggiormente prevaleva il latifondo. Le conquiste pur limitate di quel periodo: 86.420 ettari assegnati alle cooperative su ben 904.743 ettari richiesti, diedero comunque un colpo serio al latifondo, e la conquista fu pagata col sangue dei nostri martiri. Infatti, come sappiamo, solo nel periodo dal novembre 1946 all’aprile 1948 il terrorismo mafioso anticontadino sostenuto dai grandi agrari e dai loro gabelloti provocò una media di due morti ammazzati al mese: i migliori dirigenti sindacali. Ed il 1° maggio del ’47 fu compiuta a Portella della Ginestra la prima strage di Stato per bloccare col terrore il movimento di lotta sviluppatosi in tutta l’isola e la conseguente vittoria conseguita dal blocco del Popolo alle elezioni dell’aprile precedente. Per cui si arrivò in Sicilia alla riforma agraria con legge del 27 dicembre ’50, operata dal democristiano Silvio Milazzo (lo stesso della successiva nefasta operazione del ’58), in un clima di sostanziale restaurazione, e fu partorita una controriforma, come disse allora la sinistra. Una controriforma, il cui attore principale, come ricordo nella mia succitata nota, fu il mercato. Non vennero intanto invalidati dalla succitata legge gli atti di frazionamento fra parenti ed affini, perlopiù simulati, compiuti anche pochi giorni prima dai grossi agrari per far apparire appezzamenti al disotto del limite fissato dalla legge in 200 ettari; e fu pure consentito e comunque non impedito che gli stessi, sempre anticipando l’applicazione della legge, vendessero direttamente a terzi, contadini compresi, le superfici migliori, realizzando in tal modo, spiega Renda, circa trenta miliardi che la borghesia agraria poté destinare alla trasformazione capitalistica delle sue terre. 
Tu stesso, Giuseppe, in ‘Storia della mafia’, parlando della legge di riforma agraria del dicembre ’50 dici (p. 202 e segg.) che “conteneva norme .. che davano possibilità di elusioni ai grandi proprietari terrieri ” e le precisi, riportando al riguardo il giudizio negativo di Cipolla. Dici anche (p. 203) che l’ERAS (Ente Riforma Agraria Siciliana) “costituito per i contadini, cominciò a funzionare contro contadini, mettendosi al servizio dei proprietari e dei mafiosi interessati ad eludere la riforma”; divenendo solo un carrozzone di sottogoverno clientelare con ben 2000 dipendenti. Sottolinei che “la mafia ottenne che Commissario dell’ERAS venisse nominato (un amico degli amici), Arcangelo Cammarata ”. Il quale, aggiungi (p. 204) “nominò suo collaboratore il capo mafia Giuseppe Genco Russo”; e “quale altro suo consulente il boss Vanni Sacco”. Pertanto, spieghi, “una folta schiera di ex gabelloti si inserì nei ranghi dei riformatori”. Ed infine (p. 205) precisi che “di norma ai contadini andarono le terre peggiori, quelle che gli stessi proprietari avevano interesse a cedere all’Ente di riforma per incassare gli indennizzi”. Pertanto, concludi, la riforma fu un fatto apparente,”volatilizzatosi in sede di attuazione”; e di cui presto venne verificato (p. 205) “il fallimento sociale, in relazione alle attese dei contadini poveri ”; i quali - (dici anche Tu come fa la Saladino in “Terra di rapina” polemizzando con l’interpretazione positiva della Riforma fatta da Macaluso) -, “non avrebbero avuto altra via per sottrarsi alle conseguenze della delusione subita … che quella di emigrare”  E aggiungi (p. 205) che in sostanza “il principale effetto delle riforma fu una accelerata  modernizzazione del sistema mafioso”.
L’enfasi che spesso si coglie in alcuni scritti della destra comunista circa una attiva ed estesa direzione da parte del PCI delle lotte del ‘44-‘50 , come ad esempio nello scritto di Amendola, “Il balzo nel Mezzogiorno” (1943-1953), in « Quaderni di Critica Marxista » , 1972, n. 5, p. 235, trova la sua smentita nel netto giudizio negativo che, circa la funzione svolta dal partito in quelle lotte, diede Togliatti nel dicembre 1949 : disse infatti che, specie nel ’49, “il movimento dei contadini in Sicilia non è stato previsto né preparato. Esso ha colto di sorpresa i nostri compagni” (in L’Unità 15.12.49). Giudizio, questo, espresso nel Comitato Centrale del 14-16 dicembre ‘49, sette anni prima della svolta del ’56 e sotto la spinta delle critiche dure – (di cui Togliatti pur non condividendole non poteva allora non tener conto) – che erano state svolte da Grieco specie al VI congresso del ‘47 in cui, richiamandosi alla tesi di Lenin sulla distinzione fra rivoluzione democratico borghese e rivoluzione socialista – (tesi a mio avviso da riesaminare criticamente) -, sottolineò l’importanza dell’azione di direzione del Partito e criticò quei compagni che commettevano “l’errore di credere che stiamo costruendo il socialismo nelle campagne. Il socialismo suppone lo Stato socialista, cioè il potere nelle mani di lavoratori” (in Grieco ‘Introduzione alla riforma agraria’, p.154).
La destra comunista, cioè i riformisti, come Amendola, Napolitano ed anche Macaluso, esaltavano la conquista della piccola proprietà contadina, mentre Grieco (e con lui Romagnoli, Bosi ed altri) condivise sino alla fine l’impostazione di Lenin sulla ‘’questione agraria’ in Russia e le tesi svolte da Gramsci ne “La questione meridionale” del 1926; e ripeteva che la vera riforma agraria è inattuabile in regime capitalistico:la terra ai contadini verrà data – diceva - solo dopo la presa del potere. La lotta per la terra che si conduce ora - aggiungeva – serve da un lato al progredire della coscienza di classe, dall’altro alla rivoluzione democratica, cioè a quello sviluppo del capitalismo che il Sud deve ancora avere, mentre al Nord è già avvenuto. Sviluppo del capitalismo che – precisava – non significa attenuazione ma accentuazione della lotta di classe. Grieco rimase quindi fedele alle tesi di Lenin, il quale, in opposizione ai populisti che consideravano fonte del capitalismo agrario solo la grande proprietà fondiaria, sosteneva che “anche l’economia contadina si evolve in senso capitalistico separando la borghesia contadina dal proletariato rurale” (in Lenin ‘La rivoluzione del 1905’). Ancora Grieco  scriveva nel ’50: “ci distinguiamo dai riformisti …, perche per essi la riforma è tutto e la rivoluzione (il socialismo) solo un motivo demagogico, mentre per noi la rivoluzione (il socialismo) è tutto e la riforma è un nuovo mezzo nelle mani dei proletari e dei lavoratori in generale per lottare contro il capitalismo, per giungere ad abbattere il regime del capitalismo” (in ‘Lotte per la terra’, p. 73)
E’ una storia da approfondire, ma è noto che nel PCI si scontravano due linee di politica agraria, quella riformista e quella rivoluzionaria. Sereni, rappresentante della prima linea, manifestò apertamente la sua contrapposizione alla linea di Grieco in una nota intervista a “Mondo Operaio” del marzo 1975, dicendo che:una linea interpretativa diversa da quella togliattiana era quella di chi, penso ad un compagno come Ruggero Grieco, vedeva nella lotta in corso il compito della ‘rivoluzione democratico borghese’ e nient’altro che questo. Un giudizio che coinvolgeva la Resistenza e gli anni successivi. Un giudizio che nel Partito è stato largamente presente sino all’VIII congresso. Nel 45 - 48 quei compagni pensavano fosse compito del Partito portare a termine la rivoluzione borghese; la rivoluzione socialista era un’altra cosa. Togliatti, Longo, io e molti altri pensavamo invece di star lavorando, in modo originale, su una piattaforma democratica e socialista”. Un dissidio radicale, perché mentre per Sereni e gli altri – la maggioranza riformista - la formula “rivoluzione democratica e socialista” significò l’assorbimento del secondo termine (socialista) nel primo (democratico) , come si legge in Reichlin ‘Battaglia meridionalista e lotte operaie’ (Critica Marxista, 1970 n. 1 e 2, p. 35-36), per Grieco le due fasi, quella democratico-borghese e quella socialista, rimanevano ben distinte, non solo cronologicamente, ma nel senso leniniano, per cui il proletariato industriale, lottando per la rivoluzione socialista, guida quella democratico-borghese dei contadini.
Per quei comunisti come Macaluso, lontanissimi, anzi agli antipodi di questa impostazione, anche la controriforma agraria varata da Milazzo in Sicilia nel dicembre 1950 poteva essere fatta rientrare, invero con alcuni salti, nella ‘rivoluzione democratica’.
Sono questioni che hanno un legame col presente, perché, come ho scritto a Favilli il 6 novembre scorso, oggi molti compagni della sinistra radicale sono attestati in una linea politica come quella scelta dal PCI con l’VIII congresso del 1956, e quindi per la via parlamentare delle istituzioni borghesi al socialismo, entro, di conseguenza, i limiti della Costituzione, che peraltro non è più neppure quella liberaldemocratica del ’47, ma una costituzione essenzialmente liberale. 
- Segnalo a tutti i compagni il tuo saggio intitolato "Un'età contro la storia-Saggio sulla rivoluzione del XXI Secolo", che si può acquistare tramite il seguente link:
 - Spero di poterti presto incontrare. Intanto ti invio un affettuoso saluto, augurandomi che Favili possa rivedere il suo giudizio storico su Macaluso e che tu possa interloquire su questa mia lunga nota di risposta.
Luigi Ficarra
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21 novembre 2017
Caro Luigi
condivido tono ed argomenti del colloquio. Ora sono impegnatissimo per la costruzione della lista. Scusatemi  tutte e tutti. Abbracci. 
Giovanni (Russo Spena)
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22 novembre 2017
Caro Giovanni,
ne ero certo; comunque apprezzo molto che tu  condivida, come già mi avevi precedentemente scritto, le critiche, anche dure, mosse nei confronti di Macaluso, resosi responsabile di una delle pagine più nere del M.O. italiano.
Non c’è dubbio sia un avversario e non un nemico, come avevi in precedenza scritto, ma ciò non impedisce la critica pubblica di gravissime scelte commesse, tali da render disonorevole la sua storia. Ecco perché non avevo condiviso le tue riserve per la denuncia dell’errore di giudizio su Macaluso fatto da Favilli.
Non solo per l’operazione ‘Milazzo’ ma per le molto gravi modalità di comportamento di quadri politici a lui strettamente legati, come emerge dal documento proveniente dalla compagna Laudani, che nuovamente ti invio.
La Rifondazione del comunismo passa anche, necessariamente, per un riesame critico della sua storia.
Un abbraccio
luigi (Ficarra)

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