VINCENZO GUZZO, Riflessioni sul senso attuale della Storia

(Pubblicato dall'autore su Facebook).
Cari Amici, alcuni giorni fa ho scritto al prof. Marino sul senso attuale della Storia e molto cortesemente, mi ha risposto subito. Vi passo la nota perchè potrebbe venir fuori un dibattito interessante.

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Vincenzo Guzzo 08 maggio alle ore 18.53
A fine aprile ho partecipato al convegno indetto dall'Istituto di Storia del Risorgimento (e altri) a palazzo Jung a Palermo. Interessantissimo, per me l'intervento del prof. Pescosolido per una lettura attenta delle cause politico culturali e dei presupposti storici del fenomeno. Ma aldilà della facile e tutt'altro che condivisa (specie di questi tempi) agiografia risorgimentale, tuttavia così diffusa nelle celebrazioni (in cui spesso si privilegiano i luoghi comuni e il ritualismo sulle occasioni di riflessione), mi sarebbe piaciuto dire che, da un punto di vista di filosofia della storia, non appartiene certo alle caratteristiche del rigore una lettura teleologico - destinale del Risorgimento o di qualunque evento storico. Piuttosto è da considerare come importantissima acquisizione la lettura fenomenologico – culturale. Infatti non credo che la storia abbia dei fini da conseguire e non è riconoscibile nessuna rigida struttura lineare. Ogni evento si sviluppa in una sua sfera realizzativa in cui sembra esaurirsi ma invece, in qualche modo, si espande in una sfera più ampia e si salda sempre ad altri eventi, in una successione infinita di concatenazioni che costituisce la memoria dell’intera umanità. Per anni abbiamo considerato la storia solo come prodotto dei processi economici e prima ancora la si valutava in relazione al ruolo di determinati soggetti individuali e collettivi. Ma una lettura più efficace comprende metodi più completi e riferimenti interdisciplinari ben più complessi rispetto a quelle semplificazioni che le facili letture ideologico – confessionali comportano. Il suo senso profondo si fonda sulla considerazione di un divenire che contempla anche dei “ritorni” i cui riscontri sono innegabili e in cui si intrecciano mutazioni e somiglianze, ma giammai identità. Per troppo tempo il Risorgimento italiano è stato affrontato con mere celebrazioni che, il più delle volte, si sono sovrapposte alla sua grande portata storica. Occorre collocarsi al di sopra di qualunque tipo di speculazione politico – ideologica poiché la platea degli storici non può essere costituita da tifoserie contrapposte ma da soggetti a cui sta a cuore la conoscenza degli eventi, delle fonti, dei contesti valutati da tutti i punti di vista culturalmente rilevanti (economia, politica, arte, scienze, ecc.). Ciò è davvero importante in un momento in cui nel nostro paese, pur essendosi realizzata una buona condivisione tra parti politiche tradizionalmente diverse circa l’importanza che il processo di unificazione ha avuto, ci si trova tuttavia, soprattutto nel Nord, di fronte ad una forte ostilità intorno a queste valutazioni e ciò anche aldilà di possibili e plausibili ipotesi confederali. L’Unità era il percorso che la storia imponeva. Il punto non era e non è quello di giudicare buoni o cattivi i perdenti. Soggetti politici come i Borboni, il Papa, il Granduca di Toscana, l’Imperatore asburgico, persero perché si muovevano al di fuori, o pesantemente, contro le forti correnti che caratterizzavano quella cultura che era già diventata dominante all’interno della crescente borghesia e degli intellettuali di ogni ceto. Si erano messe in moto energie di riscatto o di fondazione delle identità nazionali che influirono in modo determinante nell’inconscio collettivo, come diremmo oggi. Significativo esempio ne è Giuseppe Garibaldi, il cosiddetto eroe dei due mondi, che proprio in entrambi gli emisferi del globo, in realtà culturali e contestuali anche molto diverse, diremmo oggi che seppe ben costruire il suo "personaggio", lottò per gli stessi ideali a diverse latitudini, assurgendo (non sempre con merito...) ad archetipo planetario degli eroi ottocenteschi. Se Marx (che è ormai entrato nella tradizione dell'analisi storica) ci ha insegnato che non si può prescindere dalla lettura dei fenomeni economici per comprendere gli eventi storici, ciò che si è sviluppato dopo di lui ci ha aiutato ad allargare questo punto di vista. Soprattutto la psicologia del profondo, l'antropologia culturale, la fenomenologia sociale (ma ci metterei anche la filosofia della relatività di Einstein) ci hanno aiutato e ci aiutano ad allargare l'ottica tradizionale. -
Intanto mi scuso per la dimostrata prolissità ma, essendo io sprovvisto di qualunque titolo accademico, non essendo uno storico ma essendo, per pura passione, uno studioso del mito, dei simboli e della dimensione archetipica, e amando anche la storia e la filosofia, ho avuto bisogno di proporle queste mie idee non storiche (strictu sensu) per sapere se "è meglio che ci levo mano", come si dice dalle nostre parti, o se posso continuare a rubarle del tempo. La ringrazio comunque per la cortesia e l'attenzione che mi ha dedicato. Vincenzo Guzzo
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Giuseppe Carlo Marino 09 maggio alle ore 17.24
Bene, amico Vincenzo Guzzo. Condivido molto delle sue riflessioni. Certamente, la storia della cultura (nel senso più ampio e con tutte le confluenze da lei indicate) al di là di Marx ha consentito di ampliare la strumentazione interpretativa. Tuttavia il marxismo, troppo frettolosamente accantonato, fornisce ancora gli ingredienti di base per individuare almeno alcuni dei fattori decisivi dell'attuale crisi dell'idea stessa di unità nazionale e del crescente processo di divaricazione Nord-Sud. Rifletta su un dato fondamentale: 150 anni fa fu la cosiddetta "borghesia nazionale" a volere l'unificazione e la ottenne con operazioni di "guerra regia" e con iniziative di élite combattive che si conquistarono faticosamente l'egemonia su un terreno sociale-popolare infido e spesso ostile. E certamente la "borghesia nazionale" era alimentata nei suoi propositi dai miti correnti del romanticismo europeo, ma soprattutto dall'esigenza (avvertita non a caso soprattutto nel Nord che si stava faticosamente aprendo all'età dell'industrializzazione) di costruire il mercato nazionale. In quel quadro di interessi, il Sud costituiva una spazio naturale e quasi necessario di espansione. I rampolli dei signori "Brambilla" vestivano la camicia rossa per "liberare" il Sud dai Borbone e dal papa. Oggi, la situazione si è completamente ribaltata. Il sistema degli "interessi forti" del Paese non ha più bisogno del Sud. Anzi, per tale sistema (che guarda all'Europa e al mondo della globalizzazione) il Sud è solo e soltanto un peso e peggio ancora è diventato un'area di dissipazione delle risorse nazionali , un'area da isolare, se non da rendere innocua abbandonandola al suo destino. 150 anni fa dal Nord calarono con il proposito ufficiale di "liberarci"; oggi ci caccerebbero volentieri. Con il federalismo fiscale stanno tentando di compiere soltanto un primo passo per cacciarci.
Voglia scusare lo schematismo della mia risposta. Ma non vorrei essere troppo lungo. Per quanto riguarda il quesito "è meglio che ci levo mano?", la mia risposta è, invece, proprio un deciso incoraggiamento: continui, continui. Si avverte un gran bisogno di riflessione, in tempi che congiurano contro il pensiero critico. E d è bene, per riflettere, usare tutti gli strumenti che lo sviluppo dei saperi, anche al di là della storiografia, ci mette a disposizione. Ne era convinto, offrendoci esemplari risultati, anche il mio indimenticabile amico Furio Jesi del quale certamente Lei conosce le opere, essendo studioso del mito.
La saluto con sincera amicizia.
Giuseppe Carlo Marino
P.S. Ve vuole, diffonda questo messaggio in rete.
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Vincenzo Guzzo 09 maggio alle ore 17.36
La ringrazio sentitamente per le sue riflessioni e per la sua disponibilità. Diffonderò volentieri questo messaggio tra i miei amici. Ricambio i saluti con cordialità e simpatia. Vincenzo Guzzo.

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