GONZALO ALVAREZ, Bilancio di civiltà

È arrivato il momento di pensare al Futuro. Il mondo dello sport e degli affari, l'alta finanza e la criminalità organizzata si preparavano da anni ad entrare nel Terzo Millennio nella maniera più gagliarda e redditizia possibile. Persino i fabbricanti di detersivi avevano cominciato a far stampare sui fusti dei loro saponi la miracolosa parola "Futuro...!"

Il Futuro era di moda vent’anni fa e lo è ancora. Tutti facciamo a gara per dimenticare le cose ingombranti del passato e scegliere le cose utili e piacevole da portare con noi nella valigia del Futuro.

Non sarebbe il caso che anche noi, modesti lavoratori dell'intelligenza, cercassimo di fare un piccolo tentativo di bilancio della cultura per capire quante e quali, tra le idee ereditate, potranno esserci utili in questo nuovo Millennio che avanza temerariamente, cieco, ma imperterrito?

La vita umana è un'equazione tra il passato e l'avvenire. Non sapremmo mai come affrontare il futuro se non sappiamo quanto, tra tutto ciò che abbiamo ricevuto dal passato rimane ancora valido.

È ovvio che un bilancio del genere non si può fare in poche righe, ne da uno solo. Le grandi filosofie, per esempio, entrate in coma profondo già da un pezzo, non si sveglieranno in tempo per accompagnare il nostro percorso nel Duemila. Dobbiamo affrontarlo senza filosofia, armati soltanto di quelle idee un po' consunte e logore ereditate dall'Ottocento: il culto del Progresso e della Democrazia, della Sociologia e della Scienza...

I grandi maestri dell'Ottocento Locke, Montesquieu, Rousseau... e i rivoluzionari che s'ispirarono alle loro idee, avevano una fede illimitata negli esseri umani. Credevano che bastasse restituire loro i diritti usurpati dall'Ancien Regime e proclamare l'Uguaglianza Universale per innescare negli spiriti, anche nei più umili e volgari, il nobile impulso dell'ascesa.

Errore non scusabile. La solenne dichiarazione dei diritti dell'uomo fu impresa sublime, ma incompleta, poiché non fu seguita dalla dichiarazione altrettanto solenne dei doveri che necessariamente accompagnano ogni vero diritto. Si diede ai popoli la falsa illusione che bastava nascere per essere titolari del diritto di pensiero, di parola, ecc., ecc., senza dover preoccuparsi di affinare l'intelligenza perché sia in grado di pensare, e pulire la lingua in cui si desidera parlare. Non si accorsero che regalare diritti alla moltitudine, senza richiamarla agli obblighi, significava percorrere all'indietro la stessa strada percorsa dall'Ancien Regime, il quale usava concedere all'aristocrazia diritti e privilegi che non avevano guadagnato o meritato.

Da quella piccola svista dei maestri dell'Ottocento nacquero le moderne "democrazie dimezzate", dove tutti quanti, i ricchi e i poveri, gli studenti e i professori, i politici e i sindacalisti, gli intellettuali e le prostitute marciamo fieramente per le strade agitando la bandiera dei "diritti umani" senza che nessuno si assuma la responsabilità di riconoscere gli obblighi che quei diritti gli impongono.

Nonostante l'importanza che hanno avuto nella storia moderna dell'Occidente e malgrado la retorica sprecata nel celebrarli, quei famosi "Diritti Universali" sono diritti piccolissimi e la loro rilevanza nella vita della persona e della società è minima.

Quale importanza può avere la libertà di pensiero se manca la capacità e la volontà di pensare?

A chi può servire la mia libertà di parola se non ho nulla da dire, se conosco, appena, la mia lingua madre?

Non basta richiamarsi alla libertà di pensiero e di parola per essere pari a Socrate e a Demostene.

Quale rispetto del nostro diritto alla corretta informazione, ad esempio, hanno i moderni "intellettuali di massa", i quali, fieri del loro diritto di parola, ci impongono montagne di carta stampata insulsa e ci bombardano con programmi televisivi stupidi?

Spesso la loro "libertà di parola" non è che un intollerabile atto di terrorismo.

Avevamo bisogno di "diritti massimi", che spingessero la nostra vitalità verso le cime più alte, non di "diritti universali minimi" che, alla stregua del sussidio di povertà, ci garantiscono soltanto un umiliante “sopravvivenza”, per altro, più formale che reale. 

Per questo le attuali istituzioni democratiche presentano quel aspetto provvisorio, malaticcio, ambiguo e così poco rassicurante.

Dall'Ottocento abbiamo ereditato anche il nostro scompigliato e confuso "fervore sociologico". Quando gli scienziati dell’Ottocento coniarono la formula "animale sociale" per distinguere l'uomo dalle altre specie animali riversarono su questa espressione tutto il loro incorreggibile ottimismo progressista, trasformando la natura umana in natura angelica e la società umana in paradiso terrestre.

E' evidente che gli uomini possediamo innati impulsi di socievolezza poiché, se non li avessimo, non esisterebbero le nazioni.

Ma è altrettanto evidente che siamo anche pieni di impulsi antisociali, altrimenti non esisterebbero le carceri.

Pensare che la "società" è il luogo della fratellanza universale è stata un'imperdonabile ingenuità. Basta aprire un libro di storia per constatare che non c'è niente di più pericoloso della convivenza tra gli uomini, che la criminalità è un fenomeno non meno sociale della solidarietà.

Pensavano che per ottenere una società perfetta lo Stato non doveva fare assolutamente niente, tranne difendere ad ogni costo il "diritto di proprietà privata". Credevano che la società fosse sempre in grado di regolare se stessa mirabilmente, come un buon orologio automatico, mentre, il più delle volte, la società regola se stessa in maniera disastrosa. La maggior parte delle forze più positivamente sociali sono costrette a dedicare la loro vita al triste mestiere di imporre l'ordine alla parte antisociale della comunità. Questo mestiere, grazie al quale la convivenza umana è resa possibile, si chiama "potere" ed il suo apparato si chiama "Stato".

Senza l'energico esercizio del potere da parte dello Stato è inimmaginabile l'esistenza di una qualsiasi società. E poiché l'energia dello Stato implica l'esercizio della violenza, dell'astuzia e, non di rado, della menzogna e dell'ingiustizia, scriveva Augusto Comte che "la partecipazione al potere è sempre degradante".

Che cosa è, dunque, la Società se per poter esistere ha bisogno che le sue forze migliori, quelle che possiedono un senso superiore della responsabilità, devono consumarsi nell'esercizio di un'attività degradante? Non lo sappiamo. Le idee sulla Società che abbiamo ereditato dall'Ottocento non ci servono più. Evidentemente "l'animale sociale" di cui parlavano con tanta tenerezza i rousseauniani è molto più pericoloso di quanto si potesse immaginare.

Del patrimonio ereditato restano in piede, forse, soltanto la Scienza e la Tecnologia. Ma ci basteranno la scienza e la tecnologia per affrontare l'avventura del nuovo millennio?

Gonzalo Alvarez Garcìa

Palermo, 26.01.2020

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