LUIGI FICARRA, Lettera ad Armando e Adriana



Armando Sorrentino - Paolo Mondani
Chi ha ucciso Pio La Torre?
Lit Edizioni srl – RX

Prefazione di Andrea Camilleri







Pubblichiamo di seguito la lettera inviata da Luigi Ficarra, collaboratore di “Perlasicilia”, ad Armando Sorrentino, legale della parte civile Pci-Pds nel processo per l'uccisione di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo, e ad Adriana Laudani, collaboratrice di La Torre.




Carissimi Armando e Adriana,
resterà indimenticabile per me e tutti i compagni di Padova che vi hanno partecipato, la serata di giovedì scorso, 21 novembre, segnata dalla presentazione del vostro libro - vostro perché il contributo datovi dall’Adriana Laudani è secondo me fondamentale sul piano politico.
Grazie all’intelligente stimolo della coordinatrice dei lavori, Chiara Schiavinato, avete entrambi ripercorso i punti più salienti trattati nel libro, consentendo anche a chi non l’aveva letto di comprenderne la sua profonda attualità. Sul tema della lotta alla mafia, che Pio – (il quale non aveva quel rapporto subalterno verso le istituzioni, che invece caratterizzò, come sottolineto dall’Adriana, la maggioranza del gruppo dirigente del PCI siciliano dell’epoca, dai Michelangelo Russo ai Rindone, ai Macaluso) – portò avanti coinvolgendo in essa le masse popolari e ponendo il tema al centro anche della grandiosa manifestazione del 4 aprile ’82 a Comiso; - e attaccando di petto, con l’intelligenza tattica ed il coraggio del vero dirigente rivoluzionario, i compromessi politici marci che avevano contraddistinto i rapporti fra gruppo parlamentare del PCI regionale e D.C. Rapporti che ripresero dopo il suo assassinio, come se nulla fosse cambiato e come a scusarsi che fosse stato fatto traballare un equilibrio da tempo consolidato. Alcune intuizioni di fondo di Pio sulla mafia ed il potere sono al centro dell’inchiesta e del processo che oggi si svolge sul rapporto stato – mafia.
L’attualità del libro emerge poi eclatante nell’analisi, fatta con dovizia di documentazione anche delle sedute della direzione del pci dell’epoca, della figura dell’ultimo grande comunista del vecchio pci, Enrico Berlinguer. Il Berlinguer dell’alternativa enunciata chiaramente nel novembre 1980 e criticata dai Napolitano e dai Macaluso, i quali non a caso continuano tuttora il loro sodalizio politico di destra. Analisi che viene compiuta nel libro per la chiara connessione che ha con la figura dell’altro dirigente rivoluzionario di massa, Pio La Torre. Il quale sposò infatti la linea dell’alternativa proposta da Berlinguer e chiese con forza, sostenuto in pieno da quest’ultimo, di tornare in Sicilia per realizzarla e tentare di far rinascere un patito comunista di lotta. Come quello che lui aveva conosciuto nelle dure battaglie contro il latifondo e con l’occupazione delle terre, per le quali venne processato e condannato al carcere. – Nel libro viene in particolare sottolineato il tema della questione morale, posto da Berlinguer come questione politica, del rapporto cittadini – stato, della partecipazione democratica delle masse popolari alla gestione degli affari politici, economici e sociali del paese, come vuole l’art. 3 della nostra costituzione. Costituzione che è stata stuprata, violata, capovolta dalle politiche di Craxi – Berlusconi – Governo tecnico di Monti – e oggi governo delle grandi intese sotto il patrocinio di Napolitano. La visione del Berlinguer dell’alternativa, seguita da La Torre, era chiaramente rivoluzionaria, tesa al superamento dei rapporti politici e sociali esistenti, agli antipodi quindi di quella di Craxi, di cui Napolitano, nella famosa lettera scritta alla vedova nel decennale della morte, si è professato erede e continuatore. Non a caso infatti quest’ultimo si sta battendo con ultime energie che gli rimangono per la riforma in senso presidenziale della nostra costituzione, la grande riforma patrocinata dal suo Craxi. L’uomo ed il comunista La Torre aveva poi, va da sé, come Berlinguer, una concezione del moderno antitetica a quella professata da Craxi e Napolitano: per questi “Moderno” era ed è il nuovo che si manifesta e appare come tale, per cui la rivista omonima di Napolitano scriveva a metà anni ’80 che il moderno a Milano era Berlusconi. Per Pio ed Enrico, invece, è moderno chi si pone il problema del superamento dei rapporti sociali capitalistici.
Tutto ciò è alla base dei capitoli centrali del vostro libro, e dobbiamo esservene grati.
La coerenza morale di La Torre su cui Tu, Armando, hai giustamente insistito, si è manifestata anche in occasione di una discussione apertasi su L’Unità, se ben ricordo a metà anni ’70, in cui Egli sostenne la tesi, che io intervenendo condivisi, che un avvocato comunista non poteva assumere la difesa di un mafioso e quindi della mafia. Posizione, questa, che venne ampiamente discussa, anche se non da tutti condivisa, dai g. d. di Padova, in particolare nel 2004.
Ritengo utile ritornare sul rapporto stato – mafia, tema che ho affrontato nell’intervento fatto nella tarda serata e su cui si era in particolare soffermata l’Adriana.
Per comprendere il fenomeno del “Comitato pro Sicilia” in sostegno del Palizzolo, condannato per il primo grande assassinio politico di mafia, quello del Notarbartolo nel 1893, e darsi ragione dei circa duecentomila firmatari dell’appello in suo favore, di quasi tutti gli esponenti cioè del ceto medio siciliano dell’epoca, occorre, come sappiamo, tener presente che i governi della borghesia nell’800, nel ‘900, ed in parte ancora oggi,- (dico in parte, perché la Confindustria dopo la sconfitta delle organizzazioni di classe del m.o. vede giustamente come una rendita parassitaria il pagamento del pizzo nei cantieri e nelle campagne) - hanno utilizzato in loro favore il potere esercitato dalla mafia in Sicilia ed in altre parti del paese. E’ questione a voi in particolare nota: l’ha sottolineata Renda nella sua fondamentale “Storia della Sicilia” e nella sua “Storia della mafia”; e così pure lo storico Marino nella sua “Storia della mafia”, che voi, Armando e Adriana, ben conoscete, e l’ha ricordato Scarpinato nel suo “Il ritorno del principe”. Quest’ultimo, in un interessante saggio, cui, intervenendo ho accennato, scritto assieme ad Ingroia, dal titolo <<Un programma per la lotta alla mafia>>, pubblicato nella rivista “Micromega”, n. 1/2003, così scrive: “Paradossalmente il punto in cui la riflessione per l’elaborazione del programma dovrebbe prendere il suo avvio – il rapporto mafia e politica – è anche quello in cui, a muoversi sul piano di una rigorosa aderenza alla realtà, la riflessione dovrebbe concludersi a causa di un’intima contraddizione sistemica che ha reso sinora il problema irrisolvibile. Tale contraddizione potrebbe formularsi nei seguenti termini : se il fenomeno mafioso è espressione sistemica della “polis”, come può la “polis” estirpare tale fenomeno senza contraddire se stessa ?>>. E per chiarire quanto detto, Scarpinato e Ingroia riportano in nota al loro articolo un passo della famosa relazione di Franchetti e Sonnino del 1876 :Questa facilità alla violenza nella classe che è fondamento di tutte le relazioni sociali in Sicilia, fa sì che non solo essa non possa usare la forza, che sola avrebbe, di distruggere l’autorità materiale e morale della classe facinorosa (cioè della mafia), e d’impedire in generale l’uso della violenza, ma ancora ch’essa sia cagione diretta per cui la pubblica sicurezza persista nelle sue condizioni attuali”. --- “La forza – continuano Franchetti e Sonnino – che deve dar la prima spinta al mutamento di queste condizioni deve dunque essere assolutamente estranea alla società siciliana, e deve venir da fuori: deve essere il governo”. – (Qui emerge a mio avviso un errore proprio alla posizione di classe di Franchetti e Sonnino, che impediva loro di veder l’esistenza delle classi popolari in Sicilia, che si manifesteranno in tutta la loro forza dirompente col movimento dei Fasci dei lavoratori). – “Ma – rilevano ancora Franchetti e Sonnino – il governo appoggiandosi, …. come avremo luogo di dimostrarlo, principalmente su quella classe dominante stessa, si trova in posizione singolare. Da un lato il suo fine più immediato ed importante è di sopprimere la violenza; dall’altro, per i principi che lo informano, si regge sulla classe dominante (in Sicilia); e l’adopera come consigliera e in gran parte come strumento nella legislazione e nella pratica di governo. Di modo che ha in mano dei mezzi che sono in contraddizione col suo fine, e conviene che rinunzi o al suo fine, o all’aiuto, e all’appoggio della classe dominante. Non avendo rinunciato a questo, ha, per necessità, sacrificato quello”. “Dunque – concludono Franchetti e Sonnino – nelle presenti condizioni di fatto e coll’attuale sistema di governo che si appoggia sulla classe dominante (in Sicilia), la cagione prima e il fondamento, non dell’esistenza, ma della persistenza delle condizioni della pubblica sicurezza in Palermo e dintorni, è la parte diretta e indiretta che ha in queste condizioni la classe dominante” (siciliana).
La contraddizione sistemica del rapporto stato – mafia, individuato da Scarppinato e Ingroia e molto tempo prima da Franchetti e Sonnino nella loro lucida inchiesta, come dicevo nel mio intervento, postula, per essere superato, una rottura rivoluzionaria. Ma ciò potrà essere argomento di una nostra successiva discussione.
Vi ringrazio ancora di quanto avete fatto e continuate a fare, nel ricordo di un vero comunista, Pio La Torre.
Allego un mio scritto del 2009, “Dalla bolla di componenda alla bolla berlusconiana”, in particolare come dono per l’Adriana.
Un abbraccio
luigi f.



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