SALVATORE DI MARIA, Recensione di "Tindaro La Grua" di Diego Guadagnino

Tindaro La Grua è un romanzo scritto in uno stile letterario senza eccessi e una sintassi raffinata e scorrevole. I periodi sono in genere brevi e connessi tra di loro da congiunzioni e punteggiatura. Ricco di idee stimolanti e riflessioni profonde, il racconto non si presta a una lettura spensierata alla Camilleri o alla John Grisham, ad una lettura, così, tanto per passare tempo in spiaggia o all’aeroporto. È un libro impegnativo che invita alla meditazione su questioni esistenziali, in particolare sulla inautenticità della vita. Ecco ad esempio come il protagonista Attilio Bonafede, avvocato, cerca di definire l’inautenticità della vita:

 

  “… la vita ha una sua oggettività che noi violentiamo continuamente con la nostra soggettività. Ma sì, esattamente come la storia dei mistici, il cui metodo consisteva nello scrollarsi di dosso tutte le superstizioni create dai sensi attivati dall’immaginazione, per arrivare all’incontaminata oggettività dell’essere, che è luce, beatitudine...Il modesto commesso giudiziario e il grande Tindaro La Grua si erano incontrati nello scoprire l’ingannevole inconsistenza di tutto quello che chiamiamo successo, prestigio, considerazione a scapito di una superiore qualità dell’essere. E gli uomini, tutti gli uomini, vittime di questa aberrante allucinazione collettiva cercano affannosamente la felicità sulla via sbagliata, procedendo in senso opposto a quella giusta.” 

 

Anche se questo non è il suo primo romanzo — e forse nemmeno l’ultimo — Diego Guadagnino non è uno scrittore di professione, ma un avvocato del foro agrigentino. Nessuna sorpresa dunque se i protagonisti del suo Tindaro La Grua sono avvocati. Anche loro del foro agrigentino? L’autore non dice, ma non è necessario. Dico protagonisti e non protagonista perché il romanzo consiste di due storie vissute e raccontate da due personaggi diversi: Attilio Bonafede e Tindaro La Grua, recentemente scomparso. Attilio Bonafede, di impeccabile reputazione forense — a volte poeta — se la passa tra il suo studio legale, le aule del tribunale e Antonia, la sua compagna di sempre. Un giorno Buonafede riceve una telefonata dalla signora Luisa Montero, vedova del venerato e temuto Tindaro La Grua, principe e gran maestro del foro. La signora, una bella ed elegante cinquantenne, chiede a Bonafede di dare un’occhiata alle carte del marito per capire se fosse il caso farle pubblicare. Lì per lì il giovane avvocato esita ad accettare l’incarico, ma alla fine cede alle insistenze e alle lusinghe della bella vedova. Inizia così il loro rapporto puramente sessuale e lui, per avere più libertà di movimento nel suo rapporto con la Montero, decide di porre fine — temporaneo — alla sua relazione con Antonia, dicendosi stufo del suo comportamento capriccioso e offensivo verso di lui. 

Se il lettore si aspetta una storia d’amore e di sesso, rimarrà fortemente deluso, anche se di sesso ce n’è abbastanza. Bonafede, mentre continua ad andare in tribunale a sbrigare faccende legali e a passare intere notti con la vedova, comincia a leggere — e a far leggere a noi lettori — uno squarcio autobiografico che La Grua aveva scritto e lasciato incompleto tra le sue carte. È il giovane La Grua a raccontarci dei suoi giorni a Palermo dove si era iscritto in legge per insistente volere del padre, dirigente della cancelleria civile del tribunale di Messina. 

L’insistenza dell’autoritario cancelliere che i suoi figli, Tindaro e Remo, s’iscrivessero in giurisprudenza scaturisce forse dal risentimento che nutre verso certi avvocaticchi che di legge ne sanno meno di lui. Il vecchio avrebbe voluto fare il giudice o l’avvocato e quel sogno lo vorrebbe vivere tramite i figli. Purtroppo, non entrambi i figli condividono la vocazione per l’avvocatura. La passione di Remo è la letteratura, sicché più che frequentare l’università e dare esami, come il fratello, si mette a scrivere per un giornale locale di poco conto. Allo stesso tempo, mette mano a un romanzo storico ispirato alla vita del palermitano Giuseppe Balsamo, denominato il Conte di Cagliostro. Il racconto si concentra sul processo celebrato davanti al Tribunale del Sant’Uffizio dove il Cagliostro è accusato di eresia, magia, massoneria e una filastrocca di altri reati. Dalle laboriose ricerche d’archivio emerge un Cagliostro che riveste due identità in una sola persona: d’un canto buono e caritatevole; dall’altro truffatore, delinquente, eretico, massone, magnaccia. In questa duplice e contrastante persona, Bonafede suppone che il giovane La Grua abbia voluto elevare a simbolo e metafora l’inautenticità della vita stessa.  Ed è questa incongruità la chiave di lettura di tutto il romanzo: a cominciare dal cancelliere che avrebbe voluto fare il giurista, fino alla Montero che continua a vivere una vita da moglie vera e fedele, ma solo in apparenza. Ma la più ovvia e sofferta inautenticità la vive La Grua che a Palermo si è messo a scrivere articoli e romanzi, mentre ai genitori fa credere che sta per laurearsi. In realtà in quattro anni d’università ha dato solo poche materie. Questa sua doppia vita di studente / scrittore è solo un aspetto secondario della sua inautentica esistenza. La bugia profonda della sua vita è che lui non è Tindaro La Grua, ma Remo La Grua.

L’evento che dà impeto a questa inautenticità è il segreto alla base del trasloco di ‘Tindaro’ da Messina ad un’altra provincia dell’isola che potrebbe essere Agrigento. Il quesito se lo pone Bonafede come una sua semplice curiosità, e quando chiede spiegazioni alla vedova, questa si chiude in un silenzio che provoca il sospetto del lettore, il quale non può fare a meno di chiedersi perché la donna ignora la domanda. Guadagnino sorvola su questa curiosità, per ritornarci alla fine del racconto quando Bonafede scopre particolari che costringono la donna a rivelare il segreto della sua vita e quella del suo presunto marito, Remo La Grua.  Dopo la stagione palermitana di scrittore / studente fallito, Remo torna a Messina e comincia a frequentare lo studio legale del fratello Tindaro. Ed è in questo suo impiego che impara e perfeziona l’arte dell’avvocatura.  Quando Tindaro, già sposato con Luisa Montero, muore di colpo, il vecchio cancelliere s’ingegna a tener tutto segreto e a convincere Remo e Luisa di coabitare come marito e moglie. Avendo accettato di prendersi il nome, la professione e la moglie del fratello e vivere l’imbroglio, Remo— ora Tindaro — va via da Messina per garantire, se non altro, di vivere in pace il suo segreto. L’equivoco, la bugia, l’inautenticità della vita si riassume tutta nel titolo, Tindaro — e non Remo — la Grua.

La conclusione è una grande sorpresa che chiarisce e giustifica vari momenti della lettura che lì per lì il lettore magari non riesce a registrare bene. Ed è per questo che il lettore sbrigativo e poco attento non vede l’ora d’immergersi in una rilettura più attenta e immensamente più gratificante.


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