GIUSEPPE ODDO, Carbone, Godrano, la mafia e l’emigrazione



Mi sentirei a disagio se nascondessi che mi sarebbe piaciuto affidare all’incipit di questo articolo le parole che Paola Nicita, ancora in preda all’emozione per la scomparsa del Maestro, scrisse nel dicembre 1999 per il giornale Oggi Sicilia: «A Francesco Carbone noi tutti dobbiamo qualcosa», aggiungendo che i primi debitori erano «i giovani artisti, presentati a centinaia nel corso della sua lunga, prolifera attività di critico d’arte, artista, teorico, promotore della cultura nel suo senso più completo e profondo.
E anche i giovani critici che muovevano i primi passi, costantemente incoraggiati con inesauribili prove di affetto e stima». Ma avrei riferito cose note, sin troppo scontate. Tanto vale allora cominciare l’articolo ricordando che ho conosciuto Ciccino quando avevo sei anni e lui giocava come terzino sinistro nella squadra di calcio di Villafrati.
A miei occhi di bambino sembrava un gigante. Ma non sapevo che quel giovane calciatore fosse nato in terra d’Africa e avesse mangiato lì per diversi anni il pane degli emigrati. Meno che mai potevo immaginare che un atleta della sua tempra stesse per assurgere al ruolo di capopopolo per dare finalmente voce ai contadini della sua Godrano affamati di terra e di giustizia sociale. Ha, però, ragione Giusy Bertini: «Pochi tratti basterebbero a segnare il percorso di una esperienza intensa, eletta dalla sperimentazione costante di circostanze di vita, come la sua nascita in Libia, a Cirene, da genitori siciliani, il suo soggiorno in Argentina, i suoi viaggi in Svizzera, Francia e Spagna, il suo pellegrinaggio per l’Italia, che concludono le proprie fila a Palermo, sede di nuove occasioni esponenziali, vissute in sintonia con Godrano. Perché Godrano? Proprio perché è terra di origine e di progenie, diventa il punto fermo, la sommatoria di ogni tensione vitale, oltre che l’osservatorio antropologico per eccellenza delle sue ricerche sociali, letterarie ed artistiche».
Godrano, Rocca Busambra: punti focali dei nessi e dei rimandi dell’impegno culturale di Francesco Carbone, epicentri su cui Egli ha elaborato la propria teoria sul territorio, destinata a diventare presto anche mia e di tanti altri come me allora impegnati nelle nuove frontiere dello sviluppo locale in funzione del mercato globale. Un concetto di territorio unicum-continuum tra la città e la campagna che si sostanzia come «dimensione del pensato e del vissuto, riferita ad un’area sia mentale che fisica, entro cui il quotidiano di ciascuno di noi diventa vita e memoria, storia individuale e collettiva». Ma forse è il caso di procedere con ordine.
La sua permanenza a Bengasi, quasi ai margini del più grande deserto del mondo, gli ha fatto mutuare i valori di solidarietà comunitaria affiorante dagli stili di vita dei beduini, mitizzati dall’immaginario favoloso di un ragazzino che amava mettere a confronto gli usi e i costumi del luogo in cui viveva con quel poco che conosceva della terra d’origine attraverso il racconto dei genitori, necessariamente edulcorato, tipico della piccola borghese rurale della Sicilia arcaica. Ma, per frammentarie che fossero le informazioni ricevute in famiglia, a Ciccino non sfuggiva che Godrano era un paesino pittoresco di poco più di mille anime all’ombra dell’imponente mole della Rocca Busambra, ma fin troppo inquinato da prepotenze d’ogni sorta, e teatro di una cruenta faida fra due clan mafiosi: i Barbaccia e i Lorello, che si contendevano il controllo dei ricchi pascoli del bosco della Ficuzza, dove venivano nascoste prima di portarle al macello le mandrie rubate tra Corleone e Palermo. Gli risultava anzi per certo che neanche il fascismo aveva potuto o voluto comporre quel sanguinoso conflitto che già allora aveva provocato decine di morti.
Malgrado questo, Ciccino moriva dalla voglia di andare a vivere a Godrano, che considerava una sorta di terra promessa. Ma quando il suo sogno sì avverò, dovette accontentarsi di abitarci quasi esclusivamente nel periodo estivo, dovendo studiare a Palermo fino al conseguimento del diploma di maestro elementare. Frattanto la faida tra i due clan sembrava esser finita; ma si trattava solo di una tregua, come si sarebbero presto incaricati di dimostrare i fatti. A voler credere a certi rapporti ufficiali, la pax mafiosa a Godrano si raggiunse nel 1944, grazie alla mediazione degli occupanti americani. A quell’epoca nel resto d’Italia infuriava la guerra, ma in Sicilia era finita.
Restavano solo le macerie dei bombardamenti anglo-americani sulle città costiere e l’eco, nei paesini della Valle del Milicia (Godrano, Cefalà Diana, Villafrati, Mezzojuso), della sola bomba piovuta dal cielo (pochi mesi prima dello sbarco degli alleati) nell’ex feudo Scorciavacche.
A Godrano la vita riprendeva il vecchio andazzo dell’Ottocento, quando i pascoli e il traffico degli animali razziati erano controllati da una sola famiglia: i Barbaccia. La popolazione attiva era nella stragrande maggioranza dedita all’allevamento brado dei bovini. Si calcola che su una superficie territoriale di 3.887 ettari pascolassero circa 8.000 mucche da latte. E c’erano (a differenza di adesso) ancora diversi greggi di pecore e capre e tanti maiali che si nutrivano di ghiande e radici nel vicino Bosco della Ficuzza. Tra le altre attività agro-pastorali era fiorente quella della preparazione del carbone che i produttori andavano a vendere con i muli nei paesi vicini, assieme al caciocavallo e alla ricotta. I mesi scorrevano monotoni per animarsi solo pochi giorni l’anno a cadenza fissa: in occasione della festa padronale e il 19 marzo, quando si allestiva la Tavulata a beneficio dei poveri e gloria del Patriarca San Giuseppe. Ma c’erano pure le sacre rappresentazioni della Settimana Santa celebrative della Morte e passione di Cristo sul modello del settecentesco Mortorio di Orioles, che però non si svolgevano tutti gli anni.
Altri spettacoli erano offerti dalle scene di vita quotidiana. Le donne anziane portavano quasi tutte il lutto e, fin quando avevano la forza per farlo, erano loro che andavano a svuotare nei letamai il cantaru, la «vagante latrina» immortalata sul finire dell’Ottocento dalla penna di Salvatore Salomone Marino. Le vedove, anche se giovani e desiderose di trovare un nuovo compagno, non potevano assistere alle stesse funzioni religiose delle altre rappresentanti del gentil sesso. Per assolvere ai loro doveri religiosi dovevano andare alla «messa delle cattive», cioè delle vedove, che si concludeva prima del sorgere del sole. E si noti che quando Ciccino arrivò a Godrano, non c’era né luce elettrica né rete idrica, le strade erano polverose d’estate e fangose d’inverno. Ma nulla può dare un’idea realistica sulla Godrano di quegli anni meglio di una frase confidata ad un amico dal poeta futurista Giacomo Giardina, che allora sbarcava il lunario facendo il venditore ambulante di biancheria con una «bardinella» sulle spalle e recitando poesie nelle feste di matrimonio e di battesimo, che si svolgevano dopo l’Ave Maria: «Con il mio passo lungo – raccontava –, venendo verso questa casa, nel buio, essendo attento per non sporcarmi, pensavo a scavalcare un monte di concime, ma invece mi sono trovato “a cavallo” di una vacca».
È appena il caso di aggiungere che Ciccino divenne presto suo amico intimo. Lo incontrava spesso a Palermo e, quando venne a sapere che nel 1931 Giacomo era stato notato e segnalato come poeta futurista da Marinetti, accarezzò l’idea di farlo uscire dall’oblio, cosa che potrà fare solo nel 1971 recensendo e facendogli pubblicare un libro di poesie avente come titolo Quand’ero pecoraio.
Ma a metà degli anni Quaranta il dialogo con Giardina aveva quasi sempre come oggetto la condizione dei contadini e i pastori del luogo e il ruolo esercitato dalla mafia nella zona. Grazie ai suoi rapporti con gli abitanti di Villafrati, allora impegnati in un duro scontro con l’amministrazione del principe di Mirto e i suoi campieri armati, Ciccino si iscrisse al Pci e cominciò a darsi da fare, assieme a Giardina, per costruire un minimo di organizzazione sindacale capace di guidare l’occupazione delle terre demaniali di Valle Maria e Alpe Cucco da assegnare ai sensi di legge ai contadini. Entrò così in contatto con i massimi dirigenti provinciali della Cgil.
Il passo successivo fu la collaborazione con il giornale l’Ora, che gli consentì di diventare corrispondente locale e amico di Mario Farinella, il miglior cantore delle lotte contadine e dell’antimafia sociale. Per farla breve, guidato da Francesco Carbone (con il sostegno logistico della Camera del lavoro di Villafrati) cui faceva cassa di risonanza il giornale L’ora, il movimento contadino godranese riuscì ad occupare le terre demaniali e a fare eleggere sindaco il giovane medico Luigi Barbaccia. Un risultato, questo, di cui Carbone sarà orgoglioso per tutta la vita.
La mafia, marcatamente rurale e locale prima – scriverà nel 1990 –; poi più apertamente «politica» e transterritoriale, ha esercitato nel recente passato il proprio potere sul luogo con decisione e violenza sino a quando, nel 1953, l’avvento di un forte movimento di base (cittadini e pastori poveri) confluito nel Pci, non causò una decisiva scossa al fenomeno, togliendo persino alla mafia, per la prima volta nel potere locale, la gestione del Comune. Le lotte sia politiche che sindacali di quel periodo (occupazioni di terre da coltivare e di pascoli demaniali, miglioramenti dei salari, ecc.), determinarono una partecipazione di massa ai fatti sociali e l’inizio di una presa di coscienza legata alle situazioni contestuali, sia regionali che nazionali.
Di lì a poco i venti della vecchia barbarie tornarono a soffiare minacciosi su Godrano. Ponendo fine ad ogni dissidio interno, «la mafia – cito le parole dello stesso Ciccino – ritornava alla carica e sferrava una controffensiva basata sulla rabbia e la vendetta, facendo ricorso nei confronti del movimento popolare e dei suoi dirigenti locali a mezzi di intimidazione e di rappresaglia quali lo sgozzamento di greggi, l’avvelenamento di muli, le minacce di morte, le trame giudiziarie per far finire in galera il rappresentante più deciso dello stesso movimento popolare». E se non si vide correre subito il sangue nelle trazzere o in mezzo alle strade del paese, fu solo perché «dopo due anni di dura e ferma resistenza, lo stesso movimento popolare fu costretto ad attenuarsi». Il dottore Barbaccia non pose altro tempo di mezzo per correre a rotta di collo altrove, dando così un taglio netto al suo recente passato di primo cittadino con la tessera del Pci in tasca. Rimasto isolato, Carbone dovette fuggire alla svelta dalla Sicilia e imbarcarsi per l’America del Sud.
Arrivato dopo molti giorni di navigazione a Buenos Aires, il giovane capopopolo entrò subito in contatto con una famiglia di emigrati siciliani, che gli fece conoscere altri connazionali (veneti, calabresi, sardi e abruzzesi), uno dei quali alternava il lavoro d’imbianchino con gli hobby della pittura e della poesia estemporanea. Un bel giorno, ancora in preda all’ansia di trovare un lavoro che gli consentisse in qualche modo di sopravvivere, Ciccino si concesse il lusso, invero raro per il suo carattere, di andare a visitare insieme all’amico imbianchino il malfamato e pur sempre romantico quartiere della Boca (culla del tango), alla confluenza del Riachuelo con il Rio de la Plata. E scoprì che quel sobborgo operaio di Buenos Aires, dove si parlava uno strano dialetto genovese contaminato dallo spagnolo argentino, stava diventando un museo a cielo aperto per le sue caratteristiche abitazioni in legno dalle facciate di vari colori (azzurro, verde, arancione, giallo, ocra). Colori che solo in parte erano frutto di vecchie pennellate di vernice del cantiere navale: a queste se ne stavano aggiungendo molte altre per iniziativa del celebre pittore Benito Quinquela Martìn (1870 – 1977), che peraltro aveva fatto ricostruire nuovi edifici in legno ispirandosi allo stile delle case popolari (Conventillos) costruite all’inizio del XIX per gli abitanti della Boca.
A raccontargli queste cose fu quel giorno stesso un grande giornalista ligure (che gli fu presentato dall’amico imbianchino): Ettore Rossi, fondatore e direttore del Correo de los Italianos, che pubblicava in castigliano e in italiano. Mai incontro fu più provvidenziale di quello. Appena seppe che Carbone aveva collaborato con il giornale L’ora, Rossi lo volle mettere alla prova assegnandogli un servizio sugli emigrati italiani residenti nel quartiere Palermo. Di lì a qualche mese Ciccino divenne uno dei più accreditati portavoce dell’emigrazione italiana in Argentina, e non senza dimostrare di condividerne pienamente la sofferenza e la nostalgia per la patria lontana.
Forte di queste credenziali, ad un certo momento il nostro potè varcare addirittura la soglia della Casa Rosada e intervistare Evita Peron, che s’intrattenne in sua compagnia con la stessa cordialità che solitamente riservava ai diplomatici stranieri di alto rango. Accreditatosi come giornalista di vaglia, Carbone non incontrò particolari difficoltà per riprendere le collaborazioni con il giornale L’Ora in qualità di corrispondente dall’Argentina. E quando un paio di anni dopo tornò in Italia, continuò per qualche tempo a tenersi in contatto con il Correo de los Italianos.
Un breve soggiorno nella capitale del Canton Ticino diede slancio alla sua innata sensibilità di poeta e di artista, mettendone in qualche misura in luce anche le potenzialità di critico militante, che affinerà dopo a Palermo (dove lavorerà come addetto alla biblioteca dell’Assemblea Regionale Siciliana) fino ad affermarsi come uno dei più solidi riferimenti delle neo avanguardie artistiche nazionali. A fornirgliene l’occasione fu la «Settimana internazionale di nuova musica», che si svolse nella prima decade di ottobre 1963 all’Hotel Zagarella di Santa Flavia, per iniziativa di Francesco Agnello. Vi parteciparono anche diversi studiosi di estetica, critici d’arte, poeti e scrittori, tra i quali Umberto Eco, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguinetti, Achille Bonito Oliva, Renato Barilli. Sull’onda del dibattito di quei giorni si costituì il Gruppo 63, movimento d’avanguardia letteraria che si richiamava alle idee marxiste e alle teorie strutturaliste. Uno dei più attivi animatori di questo gruppo fu appunto Ciccino Carbone. Tre anni dopo fondò a Palermo il Centro di Ricerche estetiche Nuova Presenza e poi le riviste Presenzasud, Collage e Marcatrè.
Ma tutto questo, se lo innalzava a livello di stimato intellettuale (destinato ad assurgere anche al rango di docente dell’Accademia di Belle Arti di Palermo), non gli dava ancora modo di contribuire allo sviluppo socio-culturale del proprio paese, che rimaneva sempre un riferimento privilegiato per le sue interessanti riflessioni sulle «disastrose conseguenze dell’uomo ridotto ad una dimensione». Citando Marcuse, Levi-Strauss, «che ha soppiantato Sartre», e chiedendosi se non fosse il caso di «dare ragione a McLuhan, per il quale il medium è il vero messaggio al punto che la lavatrice ha la sua responsabilità morale», nel settembre 1969 Francesco non riusciva a distogliere l’attenzione dalla realtà contraddittoria del suo paese: «Godrano conta circa 1.100 abitanti, ma nello stesso paese esistono oltre 800 televisori e più di 300 radio. E siccome questi mezzi e la loro diffusione sono […] la diretta espressione della società dei consumi, si sa ancora che a Godrano esistono 40 automezzi, moltissimi frigoriferi, moltissime lavatrici e cucine a gas. Ma se citiamo qual'è il numero dei giornali quotidiani consumato in media nello stesso centro la risposta è purtroppo sconsolante. Infatti appena uno o due copie di giornali quotidiani vengono letti a Godrano». Ciccino sentiva perciò più che mai il bisogno di riprendere il dialogo interrotto con i vecchi compagni di lotta del suo paese, che nel frattempo erano tornati ad essere purtroppo involontari testimoni del riesplodere della cruenta faida mafiosa.
Frattanto un fresco venticello di rinnovamento cominciò a soffiare su Godrano. I primi zefiri si avvertirono il 1° ottobre 1970, quando don Pino Puglisi fu nominato parroco del paese (per restarci fino al 31 luglio 1978). L’impatto non fu dei più facili per il futuro Beato. L’eco degli ultimi omicidi non si era ancora spenta, anzi rinfocolava come mai prima l’odio dalle famiglie divise dal sangue e dalla vendetta. Basti ricordare che al momento di lasciare i bambini davanti alle scuole molte mamme raccomandavano ai figli di non sedersi nello stesso banco dei compagni che portavano certi cognomi. Ma, a poco a poco e con l’aiuto di alcune persone timorate di Dio e dei volontari del movimento di ispirazione francescana “Presenza del Vangelo”, che vennero a collaborare con lui da Palermo, don Pino non solo riuscì a pacificare la popolazione ma potè anche mettere alla porta «i galoppini politici e i facsimili elettorali».
Se la presenza di quel giovane prete era già un motivo valido per far tornare Ciccino ad occuparsi della sua Godrano, la crisi energetica e il rientro degli emigrati, ma anche l’approvazione della legge nazionale sulla montagna che istituiva le Comunità montane, i provvedimenti urgenti per la zootecnia, la normativa e il dibattito sulla marginalità giovanile e la stessa affermazione di un nuovo concetto di bene culturale, inclusivo di «tutto ciò che costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà», gli fecero capire che era giunta l’ora di mettere a frutto quanto aveva studiato e le sue stesse teorie sul territorio per offrire ai suoi compaesani e alle popolazioni degli altri comuni ricadenti nella vasta area di Rocca Busambra nuove opportunità di riscatto culturale e di progressiva affrancazione dal bisogno e dalle prepotenze mafiose. Armato oramai da duttilità tattica e fermezza strategica, alla prima occasione Carbone si candidò alle elezioni comunali di Godrano come «cattolico di sinistra» in una lista guidata da un avvocato democristiano.
Eletto consigliere, chiese ed ottenne l’incarico di direttore della Biblioteca comunale, che lui stesso aveva contribuito a «fondare e sviluppare a livello interzonale, arricchendola periodicamente con l’acquisto di titoli a carattere interdisciplinare», fino a farne un centro di promozione culturale, laboratorio permanente di dibattiti, seminari, mostre di arti figurative, proiezioni cinematografiche di altissimo contenuto civile e rappresentazioni teatrali di rilievo nazionale. Per il suo indefesso attivismo, che metteva ogni giorno di più in luce la differenza con i vecchi sistemi di governo della cosa pubblica locale, ad un certo momento Carbone entrò in conflitto con il sindaco e la giunta, e rassegnò le dimissioni da consigliere e direttore della Biblioteca comunale.
Ma non si tirò i remi in barca. Al contrario, si iscrisse di nuovo al Pci e si rimise, assieme ad altri, alla testa di un forte movimento di allevatori, che scesero in lotta per l’uso razionale dei pascoli e l’applicazione di una nuova legge sulla zootecnia. Inoltre fondò il Movimento Comunità di base “Busambra”, fissandone il centro direzionale a Godrano, al quale attribuì quasi tutti i compiti già disimpegnati dalla Biblioteca comunale e non senza esaltarne in qualche misura il carattere di struttura polivalente e multifunzionale. Nello stesso tempo Carbone elaborava una sua teoria sulla storia, basata «non tanto e non soltanto nella sua presunta linearità, proprio della storiografia idealista volta a registrare unicamente l’inventario del tempo», ma atta ad indagare «sull’inventario dello spazio, proprio della storiografia di base, sorretta dagli ‘indizi’ e dalle ‘spie’, dai particolari della microstoria che non evoca le grandi epoche, i grandi eventi, i grandi uomini.
Una storia, cioè, con la “s” minuscola ma altrettanto interessante e indispensabile; altrettanto completa come può essere ed è l’etnostoria svincolata dai limiti che le avevano imposto gli etnografi americani». Una storia di lunga durata che, sul modello degli studi di Braudel e degli Annales di Parigi, ricostruisse la quotidianità e le strategie di sopravvivenza delle classi subalterne.
Il suo vero colpo d’ala fu, però, la fondazione del Centro Studi, Ricerca e Documentazione Godranopoli dotato di un «museo demologico dell’economia, del lavoro e della storia sociale» dell’area, una pinacoteca d’arte moderna e contemporanea, una biblioteca di storia e cultura siciliana, un periodico (Busambra), una rassegna permanente dei mestieri e del riciclaggio degli attrezzi di lavoro e degli oggetti di uso domestico, spazi interni di aggregazione, per incontri, dibattiti, congressi e manifestazioni multimediali. A calamitare la maggiore attenzione dei visitatori è stato, fin dal 9 settembre 1983, quando il cancello di Godranopli fu aperto al pubblico, il Museo, nel quale trovano applicazione, a detta dello stesso fondatore, «le teorie della comunicazione formulate da Marshal McLuhan (quella fredda capace di maggiore partecipazione recettiva) nonché la distribuzione degli spazi prossemici rilevati da Edward T. Hall».
Avviandomi alla conclusione, ci tengo a precisare che Godraopoli è stato per me (allora presidente di Turismo Verde regionale) per più di un decennio luogo di periodici incontri e occasione di crescita umana e culturale. Francesco ha scritto una nota in margine alla mia opera prima e mi è stato vicino tante di quelle volte che è persino difficile ricordarle. In compenso, io ho avuto l’onore e il privilegio di presentargli il Catalogo nel salone dell’Accademia Migliore e di contribuire attivamente alla riuscita di diversi eventi nella sede di Godranopoli, fino a farne indegnamente le veci (per un suo improvviso malore) in un seminario sulle arti figurative.
Sento infine il bisogno di richiamare alla mia e altrui memoria ciò che abbiamo fatto insieme per ben cinque anni (a partire dal 1992) in occasione della rassegna primaverile della Medivacanze, quando lo spazio espositivo da me prenotato per le aziende agrituristiche ospitava anche reperti del Museo Godranopoli, installazioni rurali dello stesso Carbone, rassegne di arte antropologica di Giusto Sucato, Calogero Barba, Beppe Sabatino e altri scultori e pittori cresciuti alla scuola di Francesco.
Qualcosa del genere e forse anche di meglio abbiamo fatto in altre città dell’Isola, tra cui Sciacca, dove abbiamo tenuto un convegno nazionale (assieme all’Ente gestore delle locali terme) sulle nuove prospettive dell’agriturismo e del suo rapporto con il termalismo e la balneazione marina.
Ricordando questi fatti nell’imminenza del novantesimo anniversario della nascita di Francesco, non posso esimermi dal chiedere scusa all’amico e maestro per non aver fatto forse tutto che era nelle mie modeste possibilità per mettere a frutto il ricco patrimonio di cultura e proposta da lui lasciato in eredità alle popolazioni residenti nei comuni attorno a Rocca Busambra.
Conforta però sapere che, anche grazie a Ciccino, in quest’area non mancano le risorse umane capaci di raccoglierne in qualche modo il testimone, cosa che per fortuna è in parte già avvenuto.
Ciao Ciccino, sei sempre vivo nel mio ricordo e in quello di molti altri amici che hanno contribuito a creare Godranopoli fino al punto da setacciare insieme a te i letamai della zona alla ricerca dei segni di un passato agro-pastorale intriso di miseria e di prepotenze mafiose.

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