LUIGI FICARRA, Dibattito su mafia e politica a Padova (Introduzione)

Padova 6 ottobre 2005 – Sala degli Anziani di Palazzo Moroni

DIBATTITO SU MAFIA E POLITICA
ORGANIZZATO DAI G. D. DI PADOVA CON M.D. E LIBERA VENETO E CON L’ADESIONE DI CGIL CISL E UIL

RELATORE GIANCARLO CASELLI

Introduzione di Luigi Ficarra
Segretario dell’associazione G. D. ”G. Ambrosoli”


Introduco quale rappresentante dell’associazione dei Giuristi Democratici di Padova, intitolata a “G. Ambrosoli”, l’avvocato che, nominato nel 1974 Commissario Liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona, venne assassinato nel luglio 1979, per aver difeso il principio di legalità. Resistette, regista di tutto la P 2, a pressioni ed intimidazioni del vertice del governo di allora (Andreotti), della mafia, dello IOR (Istituto delle Opere di Religione del Vaticano), di uomini dei servizi segreti italiani e americani.

Contro il salvataggio della Banca di Sindona presero netta posizione Baffi e Sarcinelli, rispettivamente governatore e capo della Vigilanza della Banca d’Italia, i quali, in conseguenza di ciò, subirono dure conseguenze grazie alle pressioni degli uomini di Andreotti. Il quale, - va ricordato in questo dibattito su mafia e politica -, nella sentenza della Corte d’Appello di Palermo, che direttamente lo concerneva, risulta aver rappresentato per Sindona, il mandante dell’assassinio di Ambrosoli, un costante punto di riferimento, anche durante la sua latitanza; e risulta essersene interessato, di lui, Sindona, con impegno continuo, tramite Stammati (P2), il suo collaboratore Evangelisti, e Calvi, direttore allora dell’Ambrosiano. Andreotti incontra Sindona a Washington, anche durante la sua latitanza.
Ambrosoli resiste e l’organizzazione politico-mafiosa affida allora al suo braccio armato il colpo di grazia: 11/7/1979.
-Alcuni giorni fa tutti abbiamo letto della sentenza “All Iberiam”, relativa al falso in bilancio riguardante Berlusconi. Il reato, i suoi avvocati, deputati in Parlamento, l’avevano fatto sparire, proponendo e facendo votare una legge che trasforma la specifica violazione di legge commessa da Berlusconi - falso in bilancio -, in un fatto non più perseguibile: ne hanno ridotto la portata, vanificando così il processo che lo concerneva.
Un collega, incontrandomi in Tribunale, mi ha detto: “Si è raggiunto il colmo - hanno devastato l’idea stessa di diritto e di giustizia; bisogna alzare la testa e difendere la dignità nostra e dei nostri figli”.
Andreotti, il protettore di Sindona contro Ambrosoli, è un uomo nei confronti del quale la Corte d’Appello di Palermo, con sentenza confermata dalla Cassazione, ha accertato la commissione, sino al 1980, del reato di “associazione a delinquere per aver coltivato, con tornaconto personale, una stabile relazione con cosa nostra, arrecando a questa associazione criminale un contributo rafforzativo”; – reato, che solo in quanto commesso e quindi esistente, ha potuto essere dichiarato prescritto, altrimenti l’imputato sarebbe stato assolto perché il fatto-reato non sussiste o per non averlo egli commesso. Ebbene, questo signore ha detto questa estate, al meeting di Comunione e Liberazione, che “se Caselli e Violante non fossero mai esistiti, sarebbe stata una bella cosa”, dando un messaggio a chi sa ascoltare ed interpretare certe parole.
Lui senatore antiabortista – con linguaggio mafioso, proprio di chi ha colluso con la mafia, ne ha addirittura auspicato una elisione retrospettiva, la non nascita – l’aborto, suggerendone a chi di dovere la eliminazione attuale; anche di Caselli, oggi qui presente con noi, cui noi auguriamo lunga vita nella battaglia per la giustizia e contro la mafia.
C’è indubbiamente una caduta nella lotta contro la mafia, caduta di partecipazione dei cittadini, un certo disinteresse, che ci auguriamo venga presto superata. (Sintomatica è stata la chiusura a Palermo della linea telefonica per la denuncia del reato del pizzo).
Si parla di sconfitta dell’antimafia, di vittoria della mafia.
Si è detto giustamente, da parte di Caselli e da altri, che se la lotta alla mafia non è coniugata alla lotta politica nel territorio, continua, costante ed organizzata, da parte della forze sociali e culturali più avanzate, la partita non potrà mai essere vinta.
Catturati, infatti, i capi della ’ndrangheta, Morabito e De Stefano, catturati gran parte dei capi di cosa nostra siciliana (mancano ancora Provenzano e Messina Denaro e pochi altri), non si è modificato di un millimetro il sistema di potere criminale nel territorio, in Calabria, Sicilia e in altre regioni. Perché la mafia è un sistema di potere, sociale - politico – culturale, di dominio nel territorio: non è una semplice banda armata. Per la sua simbiosi col potere politico, è stata efficacemente definita “il grande convitato di pietra della storia nazionale”.
Due momenti della storia d’Italia che segnano una rottura
1. Per primo il grande movimento di massa dei Fasci Siciliani del 1892-1893, - [350.000 associati: braccianti, piccoli contadini, minatori, operai dell’edilizia e delle manifatture, artigiani, insegnanti, che conquistarono accordi avanzati specie nelle campagne e nelle miniere] -, movimento che segnò un punto molto avanzato delle lotte di massa anticapitalistiche in Europa, venne represso prima da Giolitti con la Polizia (Sensales) e poi da Crispi con l’esercito e lo stato d’assedio nel gennaio 1894. Caddero, uccisi dalle forze «dell’ordine» dominante, cioè da parte del potere borghese, circa 92 dirigenti, e vi furono circa 3.500 condannati a pene detentive, cumulando insieme molti secoli di galera.
- Uno spartiacque, a favore del dominio della mafia, specie nella Sicilia occidentale tutta, con Palermo in testa, fu il primo delitto politico-mafioso della storia d’Italia, quello consumato nel 1893 ai danni di Notarbartolo, dirigente del Banco di Sicilia, che aveva deciso di bloccare il fiume di denaro che serviva a finanziare la corruzione di deputati e senatori; delitto commissionato da un uomo del Crispi, l’on. Palizzolo, detto il Cigno.
Con la sconfitta del movimento dei Fasci dei lavoratori si rafforzò e consolidò in Sicilia il sistema di potere politico sociale facente perno sugli agrari e sui proprietari delle miniere ed i loro alleati, potere sul quale si innervava e viveva in simbiosi quello mafioso.

2. La seconda rottura fu segnata dal vasto movimento di massa sviluppatosi in Sicilia nel secondo dopoguerra, nelle campagne e nelle città, movimento che lottò per l’emanazione dei decreti Gullo del 1944, che disciplinavano l’assegnazione delle terre incolte dei feudi alle cooperative, e poi per raggiungere l’accordo sindacale del novembre 1946 relativo alla piena applicazione degli stessi decreti. Contro di esso gli agrari e le forze di destra scatenarono il terrorismo politico-mafioso: 36 sindacalisti assassinati dal novembre ’46 all’aprile 1948, fra i quali Miraglia, a Sciacca, il 4.1.’47, e Rizzotto, a Corleone, il 10.3.1948.
La rottura del sistema feudale e del blocco sociale degli agrari, che fu dominante nell’era liberale: 1861 – 1922, e poi in quella fascista; l’assegnazione diretta delle terre, come richiesto dal movimento di massa, alle cooperative, non al singolo contadino, come tale isolato e facilmente attaccabile; costituiva una minaccia mortale per la sopravvivenza economica (i gabellieri ed i campirei) della mafia, e pure politica: controllo del territorio. Per questo, conniventi e mandanti, come detto gli agrari e le forze politiche di destra e moderate, si scatenò il terrorismo politico – mafioso. Il 20 aprile 1947 aveva vinto, alle elezioni regionali, il Blocco del Popolo (comunisti e socialisti), e subito dopo, per creare terrore nella popolazione e determinare un riflusso politico verso il blocco di centro, venne organizzata e consumata dalla mafia, il 1° maggio 1947, con la partecipazione dei servizi USA (CIA) e dei fascisti della Decima Mas di Borgese, e con la copertura politica del ministero degli interni, la prima strage di Stato, quella di Portella delle Ginestre (vedasi in merito gli esaustivi studi di Casarrubea, oggi acquisiti da tutta la storiografia).
Tutti gli assassini compiuti nel dopoguerra dalla mafia restano impuniti: non si sono voluti ricercare i colpevoli, come, ad esempio, è chiaro ed evidente come il sole nel caso Miraglia. E va ricordato, specie a chi ignora la storia, che nel periodo liberale, 1860-1922, gli alti magistrati li nominava il governo; e così pure in quello fascista.
La connivenza piena della magistratura col potere politico durò sino agli anni ’60.
I vertici giudiziari continuarono, sino ad allora, ad essere occupati da magistrati compromessi col vecchio regime fascista.
Sono gli anni dei “processi alla Resistenza”, dell’impunità per tanti gerarchi fascisti, della teorizzazione, da parte della Cassazione, cui l’avvocatura del tempo s’inchinava, delle norme della Costituzione come meramente programmatiche-di indirizzo, gli anni dell’armadio della vergogna: 695 fascicoli relativi ad eccidi compiuti da nazisti e fascisti, messi ben a dormire, con un provvedimento di “archiviazione provvisoria”della procura militare di Roma; archiviazione durata invece qualche decennio.
Citiamo un nome molto significativo : Luigi Colli, Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, dirigente primario dell’Unione Magistrati Italiani, viene nominato da Sogno Edgardo, nel libro intervista in cui questi confessa di aver preparato il golpe politico militare del 1974, come aperto sostenitore “della necessità di rovesciare il regime cattocomunista con ogni mezzo”.
- In Sicilia ne parla la Giuliana Saladino in “Romanzo civile”, il Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo passeggiava in via Ruggero VII assieme al capo della mafia, perché tutti sapessero dove stava il potere di comando della società, e si adeguassero.

Rapporto Mafia – Politica
La mafia è controllo, comando economico sul territorio, con funzioni di giustizia criminale al suo interno e nella società; esercita quindi un potere di dominio, che per sua natura è politico; ed i primi a dover essere soggetti a tale dominio sono le classi subalterne, essendo quelle dominanti: feudatari ed agrari prima, borghesia imprenditoriale, intellettuale (colletti bianchi) e politica dopo, sue alleate, in un rapporto di reciproco scambio.
Ecco perché, storicamente, i veri principali nemici delle mafia sono stati prima le organizzazioni del movimento bracciantile e contadino e poi quelle dell’intero M.O. nelle sue moderne articolazioni.
La mafia, a differenza di qualunque altra organizzazione criminale, pone l’accumulazione illecita di ricchezza (con la droga, lo sfruttamento della prostituzione, i giochi d’azzardo, il pizzo, gli investimenti in imprese capitalistiche dei capitali illeciti accumulati, controllo dei mercati generali, degli appalti, etc.), non come suo fine in sé, ma come suo strumento essenziale per l’esercizio del potere nella società: suo fine è infatti il potere – il dominio sugli altri uomini - “u cummannari è megghiu du futturi” (il comandare è meglio del fottere). La libidine massima del potere che, sublimandolo, nega finanche il piacere sessuale, come capì il genio di Benigni, il quale interpretò magistralmente in “John Stecchino” da un lato un uomo semplice e gioioso e dall’altro un mafioso serioso ed impotente.
- E’ stato calcolato che solo nel 2003 il potere economico della mafia fu pari al 7% del PIL, potendosi quindi essa considerare la prima grande azienda del paese: 85 miliardi di euro di fatturato ed un capitale immobilizzato di circa 1.000 miliardi di euro. Dati, questi, comunicati in una sua relazione dal dr. Laudati, nella funzione allora svolta di sostituto procuratore nazionale antimafia.
L’altra faccia della medaglia ci dice che nel sud la presenza della criminalità organizzata politico-mafiosa, scoraggiando per ovvi motivi investimenti produttivi, fa perdere ogni anno 180.000 unità di lavoro e 7,5 miliardi di euro in meno di produzione di ricchezza; - (dati, questi, forniti dal Censis). Ma, contravvenendo all’insegnamento di Bobbio, il quale era uso ripetere che fin quando un terzo del territorio è controllato dal potere della mafia e della camorra non può parlarsi di esistenza di uno Stato di diritto, nessuno ha proposto di listare in tutta l’Italia, come egli diceva, la bandiera a lutto sino alla totale vittoria politica, culturale e giudiziaria contro la delinquenza mafiosa. Anzi, si corteggiano e favoriscono i colletti bianchi, che servono per il riciclaggio del denaro accumulato dalla mafia – (vedi processo Dell’Utri e canali verso la Fininvest).
- Va ripetuto che la mafia, nella sua autonomia di potere, per poter esercitare il dominio, ha bisogno di stabilire un rapporto stabile, duraturo con la sfera statuale della politica, divenendone in alcune fasi, come durante le repressioni del movimento contadino in Sicilia, suo braccio armato.
E viene stabilito un rapporto reciproco di scambio : a) voti – sostegno politico della mafia ai Partiti dominanti – b) sostegno di questi partiti e delle articolazioni statali da essi controllare alla mafia, negli appalti ed in tutto quanto le serva anche a livello giudiziario : lo “zio” Andreotti e l’on. Lima per “aggiustari” i processi.

Pertanto, se come dice Caselli, “le relazioni politiche esterne sono lo specifico della mafia, rispetto alle altre organizzazioni criminali, non indagando sulla faccia in ombra, cioè sulle relazioni politiche, non si può eliminare la mafia”.
L’avevano già scritto Falcone e Borsellino nella sentenza – ordinanza del primo maxi-processo: se si vuole davvero “voltare pagina” – dicevano – “bisogna individuare e colpire i collegamenti fra interessi mafiosi ed interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica”.
Lo ripeterà più volte Borsellino: “il nodo della mafia è essenzialmente politico”.
“Finché -afferma un altro magistrato, il dr. Ingroia della Procura di Palermo, non si recidono i rapporti fra mafia e politica, il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine, limitato alla sfera militare della mafia, è come una fatica di Sisifo”, è –dice- “come voler svuotare l’oceano con un secchiello”.
Il problema della lotta alla mafia è sì un problema di polizia, ma è essenzialmente un problema politico.
Quindi, quando alcune forze politiche, anche di opposizione, dicono che è solo un problema della magistratura e della polizia, commettono un errore gravissimo, spesso in mala fede.
Controprova – Quando la procura di Palermo, dopo le stragi del ’92 : Capaci e via D’Amelio, in cui vengono uccisi Falcone e Borsellino, con la gestione Caselli, comincia a colpire – recidere l’ala politica – i referenti politici- (processo Andreotti – processo Dell’Utri), la reazione politico – statale è totale. E lo stesso era accaduto con Falcone e Borsellino quando alzarono il tiro su Ciancimino, i cavalieri del lavoro ed i cugini Salvo.
E tale reazione si manifesta con:
● un attacco a tutto campo per delegittimare il lavoro dei P.M. e dei giudici, della magistratura in genere. Forza Italia ha parlato di “associazione a delinquere a fini eversivi” e proposto una Commissione d’Inchiesta sul lavoro della magistratura, accusata di predicare la “cultura del sospetto”, di “costruire teoremi” per motivi politici, di essere serva dei <>, come ebbe a dire anche Riina, di “usare” i pentiti – (così Ferrara e tanti altri). I magistrati – ha detto Maddalena -sono stati “disarmati”, delegittimati a tal punto che la mafia non ha più alcun motivo di ammazzarli.
● il secondo attacco passa attraverso la cancellazione delle sentenze.
Emblematica la vulgata dell’assoluzione di Andreotti: a suo carico la sentenza della Corte d’Appello di Palermo, confermata dalla Cassazione, accerta che “ha commesso, sino al 1980, il delitto di associazione per delinquere, per avere, con personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente, coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale di cosa nostra ed arrecato allo stesso un contributo rafforzativo”.
Ebbene, si sono accettati e si accettano Andreotti e Dell’Utri in Parlamento, donde la caduta di credibilità nelle dichiarazioni di lotta alla mafia.
Oggi abbiamo lo storicismo giustificazionista e contraddittorio di molti, tanti uomini di potere, anche di centrosinistra; ieri Crispi col suo Cigno faceva eliminare Notarbartolo, Direttore del Banco di Sicilia, che voleva bloccare la corruzione in cui era invischiato sino al collo il sistema bancario dell’epoca; e pochi anni dopo Salvemini attaccava Giolitti “Ministro della malavita (1909). Oggi ancora Cuffaro viene incensato da Casini, il quale come Presidente della Camera si spinge pure a telefonare a dell’Utri per comunicargli la sua amicizia e stima.
Possiamo solo pensare, nell’assenza di un’iniziativa di massa delle forze di sinistra, oggi storicamente battute, che lo sviluppo delle forze produttive, pur nella difficile situazione determinata dalla presenza della mafia, possa portare una nuova borghesia a respingere la subordinazione alla mafia, a negare il peso di questa rendita parassitaria, non certo della logica del potere e dello sfruttamento capitalistico.

Passo ora la parola a Giancarlo Caselli.

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